Ma la fortuna è davvero cieca?
Gli psicologi che si sono posti il problema spiegano che dietro alla nostra convinzione di essere “fortunati” o “sfortunati”, c’è il desiderio di tenere sotto controllo gli eventi, sopratutto quelli che ci inquietano. Forti anche di un precedente storico: già negli anni venti l’antropologo Bronislaw Malinowski aveva osservato, studiando gli indigeni della Melanesia, che i pescatori ricorrevano a magie propiziatorie quando dovevano spingersi in acque sconosciute, mentre se ne stavano vicini a riva si affidavano solo alla loro abilità. “La superstizione” ci offre una (illusoria) sensazione di controllo sugli eventi, che può aiutare a placare le nostre ansie, sostiene lo psicologo Stuart Vyse, docente al Connecticut College. Per questo ne sentiamo particolarmente bisogno in cui ci vediamo più vulnerabili.
Ma è anche un fatto personale, c’è chi ad essa non ci crede. Dipende anche dalle esperienze personali. Un esempio: se io ho una vita felice, sono fidanzata, sono brava in uno sport o a scuola, e vinco soldi e premi, qualcuno mi potrebbe considerare fortunata. Altri potrebbero invece credere che sono io, brava e diligente, affermando che la fortuna non esiste.

A causa dell’irresistibile forza delle circostanze fallisce anche l’uomo migliore, e da questo gli viene spesso assegnato l’attributo “mediocre”. Ma la fortuna a lungo andare arride per lo più alle persone capaci.

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