Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,29, molto al di sotto di 2,1 che è il cosiddetto ‟livello di sostituzione” affinché una popolazione si riproduca.

I genitori scelgono di investire più tempo, soldi e amore in meno figli.

Per ora il fenomeno è poco visibile perché parallelamente è aumentata la speranza di vita alla nascita: la popolazione nel complesso resta stabile perché, nonostante nascano meno bambini, mediamente le persone sopravvivono più a lungo.

A partire dagli anni duemila l′apporto dell′immigrazione aveva parzialmente contenuto il calo delle nascite. Tuttavia questo effetto sta lentamente perdendo la propria efficacia per la tendenza degli stranieri a una omogenizzazione sociale che li porta ad assumere le stesse abitudini del paese in cui si vive: nel 2018 il tasso di fecondità per le donne immigrate è sceso a 1,94, quando nel 2008 era di 2,65. Nel panorama europeo l′Italia è uno dei paesi con i dati peggiori ma i fenomeni di denatalità sono presenti in pressoché tutti i paesi avanzati, perlopiù quelli ricchi del sudest asiatico, come per esempio la Corea del Sud dove il numero medio di figli è prossimo a 1. Mentre in diversi paesi africani il tasso di fertilità è molto alto, il Niger arriva quasi a 7.

Questo compromette la capacità del welfare di garantire materialmente le pensioni o altri servizi che dipendono dai contributi dei lavoratori. In modo analogo viene indebolita anche la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L′invecchiamento della popolazione mette alla prova anche l′intero sistema di produzione di beni e di servizi e il tasso di innovazione. Se diminuisce la potenziale forza lavoro, la capacità produttiva del nostro Paese è destinata a decrescere fino ad arrivare alla mancanza di beni di consumo. Il rischio che questo accada non è immediato però si profila all′orizzonte.

Questi andamenti demografici avranno effetti significativi su diversi comparti della spesa pubblica, a partire da quella previdenziale e socio-sanitaria, e dunque sulla sostenibilità della finanza pubblica italiana; Alessandro Rosina, professore ordinario di demografia e statistica sociale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, sostiene che l’Italia da troppo tempo è uno dei paesi che meno sostiene la scelta di avere figli e che mette poi i genitori nelle condizioni di non poter investire adeguatamente sulla loro crescita e formazione. Siamo infatti un paese con bassa natalità ma anche alto rischio di povertà per le famiglie con figli, che diventa poi anche povertà educativa.

La conseguenza di tutto questo è che i giovani, sempre più a lungo dipendenti dai genitori, arrivano tardi a mettere su famiglia. Molti arrivano addirittura a rinunciare ai figli a causa delle difficoltà che incontrano nel proprio percorso lavorativo (sempre più precario) ma anche al pensiero di dover poi conciliare il lavoro con la famiglia. In poche parole l’Italia è un paese che ha disinvestito quantitativamente e qualitativamente sulle nuove generazioni.

Meno persone lavorano, meno tasse vengono pagate all’erario, ciò si traduce in meno risorse per rifinanziare il sistema di welfare e per adottare investimenti qualitativi per le nuove generazioni. Un paese che invecchia è un paese senza risorse e senza forze, un paese che non ha la possibilità di aiutare adeguatamente le fasce più deboli della popolazione, che non ha le risorse finanziare per investire nel futuro dei giovani, in poche parole è un paese senza futuro. 

Questi di seguito sono alcuni elementi su cui si può agire per contrastare questo pericoloso trend negativo, in particolare, il Family act impegna il governo a:

  • Istituire un assegno universalemensile per ogni figlio a carico fino all’età adulta, senza limiti di età per i figli con disabilità (l’erogazione dell’assegno unico partirà a marzo 2022);
  • Rafforzare delle politiche di sostegno alle famiglie per le spese educative e scolastiche, e per le attività sportive e culturali;
  • Riformare i congedi parentali, con l’estensione a tutte le categorie professionali e congedi di paternità obbligatori e strutturali;
  • Introdurre incentivi al lavoro femminile, dalle detrazioni per i servizi di cura alla promozione del lavoro flessibile;
  • Assicurare il protagonismo dei giovani under 35, promuovendo la loro autonomia finanziaria con un sostegno per le spese universitarie e per l’affitto della prima casa.

Chissà se queste misure a livello nazionale, potranno invertire questo pericoloso trend al ribasso della natalità in Italia, di certo c’è solo che finalmente i nostri governanti hanno preso coscienza del problema e del ruolo centrale che la famiglia occupa all’interno dell’economia e del sistema paese. 

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