La realtà virtuale è una bolla spazio-temporale: immersa negli infiniti input e stimoli, la mente viaggia tra un social e l’altro, sostando nei post che ne catturano la curiosità. I media rappresentano un ipotetico mondo ideale, dove mancano la percezione del tempo o la difficoltà di mascherare eventuali insicurezze. Apparentemente la tecnologia rende meno soli e protegge dalla vita reale, a cui a volte si è intenzionati a sfuggire: partecipi di un’interminabile partita a nascondino, ci si allontana da essa per entrare in una dimensione ove gli unici cinguettii distinguibili sono quelli delle notifiche di Twitter e le melodie, invece, delle chiamate telefoniche. In realtà, l’utilizzo dei dispositivi elettronici è direttamente proporzionale al numero di danni che questi ultimi possono creare a ognuno di noi. La dittatura di standard di bellezza che mirano alla perfezione, le sempre più numerose e pesanti forme di offesa e di cyber bullismo, la vendita in nero di dati sensibili sono solo alcuni dei tanti esempi. Come un’onda increspata in un movimento repentino fa trascinando via un castello di sabbia, così i social media mettono a rischio l’identità costruita nel tempo, esperienza dopo esperienza, in piena libertà e volontà di affermazione di sé. In questo modo, senza neanche averne la percezione, si determina quel rapporto di dipendenza dalle comunità virtuali del quale tante e tanti nella società odierna sono succubi. Spesso la natura umana di ognuno è confusa con l’icona che rappresenta le proprie utenza e identità virtuale al punto da riconoscere in parte un contributo tecnologico nell’essere quello che si è. Solamente rimanendo in allerta e adottando misure di sicurezza, si può disporre degli strumenti tecnologici nella modalità corretta , per non rimanere intrappolati in un meccanismo più grande e complesso di quanto immaginabile.

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