Il nuovo inquilino della Casa Bianca, dopo una campagna difficile, caratterizzata non solo dai numerosi “temi caldi” e dagli incontri-scontri con l’avversario Donald Trump, ma anche da una lotta sui social (per i Repubblicani, Biden è noto come “Sleepy Joe”), ha subito una pressione mediatica senza precedenti. Ma, lo stesso Trump ha ben presto dovuto ricredersi: infatti, in soli 50 giorni, l’amministrazione di un presidente che molti definivano “moderato” ha dato atto a numerose riforme, avallando naturalmente la “damnatio memoriae” del suo predecessore: tutela dell’ambiente e del clima, protezione dell’immigrazione, attenzione ai diritti civili, lancio di un efficace piano-vaccini. 

Insomma, la grinta del 78enne ha stupito l’opinione pubblica, l’opposizione e i media. 

Tutto sotto controllo, dunque? Ebbene no! Questo, purtroppo, dobbiamo smentirlo! Pensiamo, in particolare, alla politica estera e ai rapporti con altri Stati: Cina, Corea del Nord  e Russia. 

Sicuramente, la posizione di forte e aperta condanna degli USA rispetto alla violazione dei diritti umani a danno delle popolazioni Uigure, perpetrata dal governo cinese, sotto la direzione del PCC, ha avuto il tono della denuncia della Cina di fronte al mondo intero, con il supporto delle nazioni europee. 

Biden, quindi, ha creato un clima di tensione internazionale; anche il governo di Pyongyang ha reagito. I rapporti tra Cina e Corea del Nord sono stati instabili, a partire dall’indomani della seconda guerra mondiale; ma, l’ultimo decennio ha visto un riavvicinamento tra i due Paesi: infatti, la denuclearizzazione, rispetto alla quale la Cina prometteva di avere un ruolo fondamentale, ha avvicinato Pechino e Pyongyang e determinato un’accelerazione delle riforme economiche interne alla Corea del Nord, secondo il “socialismo cinese”. Tuttavia, a causa delle provocazioni e delle ingerenze di Biden, i membri europei del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno chiesto la convocazione di una riunione per discutere gli sviluppi del caso della Corea del Nord che, contrariamente alle aspettative, proprio nei giorni scorsi, ha lanciato dei missili balistici. Quale ne sarebbe lo scopo? Forse, la politica di Kim Jong, leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea, sta continuando ad agire in vista di uno sviluppo nucleare? 

E cosa dire ancora dei rapporti con la Russia? Biden è arrivato a definire Vladimir Putin “un assassino” e, se è vero che bisogna valutare le strategie della politica estera, partendo sempre dagli atti formali, è anche condivisibile che l’espressione usata da Biden si sia allontanata poco dalla verità, intesa in senso metaforico: il presidente USA, infatti, molto probabilmente voleva riferirsi al tentativo del governo russo di mettere a tacere le giuste istanze dell’opposizione: in Russia, le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno e la popolazione vive con pochissimi “euro” al mese; peraltro, chi si ribella, spesso, deve aspettarsi forti contraccolpi: pensiamo ad Aleksej Naval’nyj, attivista, politico e blogger russo; fra i più noti critici del presidente della Federazione Russa, è leader del partito “Russia del Futuro” e presidente della “Coalizione Democratica”: la sua opposizione gli è costata un processo (2013), una condanna e un successivo rilascio (finalizzato alla partecipazione alle elezioni come sindaco di Mosca). 

In tal caso, il timore del Cremlino potrebbe dipendere, comunque, dal rischio di una nuova “rivoluzione colorata”; ma è ben noto che le piccole formazioni comuniste riescono ancora a smuovere poco nella società russa, rispetto a quelle più forti che, invece, “battono il passo”. 

A suon di improperi, i due capi di Stato si sono scontrati: anche per Putin, infatti, Biden è “un assassino”… Ma sarà davvero così? Il mancato ritiro delle truppe americane dal Medio Oriente non può essere interpretato se non come una strategia contraddittoria e piuttosto ipocrita: non dimentichiamo che, in campagna elettorale, fu proprio Biden a denunciare le ingerenze di Trump in Medio Oriente. L’unica giustificazione plausibile all’atto formale della Casa Bianca risiede nel conservatorismo politico, connaturato, sin dalla guerra fredda, sia alla Destra Repubblicana che alla Sinistra Democratica. La vecchia amministrazione e la nuova, in alcuni casi, che potremmo definire “chiave”, sembrano allinearsi: gli USA continuano, infatti, a dimostrare forza e desiderio di affermazione nell’ambito del panorama politico mondiale. Il problema è che la Russia di Putin vorrebbe fare altrettanto!

I due poteri più forti del mondo rinnovano, quindi, tensioni annose. 

Ma questo, sicuramente, non sarebbe il momento adatto per intavolare strategie di controllo geopolitico. Hanno forse dimenticato le desolanti conseguenze della pandemia?

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