“Bitcoin”, “criptovalute”, “crypto art” sono alcuni dei termini che in questi ultimi mesi di pandemia stanno acquisendo sempre più rilievo nel mondo del web e non solo. Molti di noi però non sono a conoscenza dell’immenso mondo digitale dietro a queste parole che va a coprire settori, come quello artistico, inaspettati. 

 

Tutto si basa sulla “blockchain”,una rete informatica che consente di gestire e aggiornare, in modo univoco e sicuro, un registro contenente dati e informazioni (per esempio transazioni) in maniera aperta, condivisa e distribuita senza la necessità di un’entità centrale di controllo e verifica. All’interno di questa piattaforma virtuale  innanzitutto si possono fare transazioni economiche che chiamano in gioco diversi tipi di criptovalute, rappresentazioni digitali del denaro il cui valore dipende dalla domanda/offerta. Alcuni esempi sono l’ “Ethereum” e il più noto “Bitcoin”. Quest’ultima è la prima moneta digitale decentralizzata, nata tra il 2008 e il 2009 dalla mente di un inventore anonimo conosciuto sotto il nome di Satoshi Nakamoto. Essa ha molti vantaggi tra cui quello di avere bassissimi tassi di commissione dal momento che durante il trasferimento non si passa attraverso una banca o una camera di compensazione ma esso è diretto da persona a persona. 

 

Strettamente collegato a tale fenomeno è l’arte digitale chiamata anche crypto art per il suo intrinseco legame con le criptovalute. Nel mercato dell’arte virtuale, vengono vendute e acquistate opere completamente immateriali come meme, GIFT e immagini jpeg. 

 

Se da un lato questo mondo digitale offre risorse molto vantaggiose, esso presenta anche alcuni problemi significativi. Primo tra tutti è l’impatto ecologico: secondo uno studio una singola criptovaluta Ethereum, utilizzata per la crypto art, consuma circa l’equivalente di energia elettrica di un residente dell’UE per 4 giorni. E ciò è senz’altro da tenere in considerazione. 

 

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