Chissà cosa avrebbe pensato Michelangelo, se gli avessero detto che, in un futuro non così troppo lontano, le opere d’arte non sarebbero state più affrescate sulle volte delle chiese o affisse nelle gallerie, ma sarebbero diventate eteree e, allo stesso tempo, esistenti e acquistabili! Come? Non più con oro o borse stracolme di fiorini, bensì con altre valute, anch’esse totalmente immateriali e conservate in “strutture dati” più sicure delle banche.

Questo lo scenario dell’attuale mercato artistico emergente che, da fenomeno di nicchia, è divenuto un vero e proprio business, che frutta centinaia di bitcoin

Usiamo il verbo “fruttare”, proprio perché la valuta in questione, una criptovaluta in realtà, inventata nel 2009 da Satoshi Nakamoto (pseudonimo…infatti il nome dell’inventore non è conosciuto da nessuno), prima condannata e addirittura deregolamentata, ora è diventata un “bene rifugio”, come l’oro; si potrebbe dire che sia destinata a diventare un vero e proprio pezzo della finanza e, quindi, ad inserirsi in una dimensione sistemica di compravendita fruttuosa. Tant’è che, per tornare alla criptoarte, gli investitori, grazie alla tecnologia della Blockchain, sono sicuri di acquistare prodotti digitali non replicabili, unici, che gli artisti possono firmare. 

In effetti, la criptoarte, oltre ad essere un’opportunità occupazionale per i giovani meno agiati, tesi a “combattere” nell’ambito di una società che, di rado, tende loro la mano, rappresenta anche una possibilità, per i giovanissimi, di avvicinarsi all’arte, esprimere la propria creatività che, in un universo come quello del web, non conosce (e non deve conoscere) alcun limite. 

Sembrerà paradossale, ma il motivo letterario dell’ineffabilità si può evocare anche rispetto alle opere delle “gallerie digitali”, come SuperRare, il più grande sito di compravendita di Crypto Art: fra le opere esposte, troviamo semplici illustrazioni in 2D, ma anche lavori con connotazioni surrealiste o addirittura psichedeliche. Peraltro, gli estimatori, amanti anche della tradizione, osservando i prodotti digitali, si lasciano attrarre da “link” che si accendono nella loro testa, dove, ad esempio, può stamparsi la rappresentazione mentale di un “simbolo-quadro” di Salvador Dalì. 

Inoltre, questi pionieri dell’arte digitale, della generazione “gen Z”, comprendente i ragazzi nati tra gli anni ‘90 e i primi anni del Ventunesimo secolo, fanno dei social, e in particolare di Twitter e Instagram, la loro galleria personale, nella quale esporre opere, con l’aspettativa di attrarre l’interesse di qualche acquirente. 

Questa nuova forma di espressione artistica, per quanto molti studiosi siano scettici a riguardo, non è altro che l’evoluzione naturale della street art; ancora, andando indietro nel tempo, non si deve escludere che, in essa, possa in qualche modo ritrovarsi l’influenza del genio di classici artisti rinascimentali: in fondo, quelli usati nel Cinquecento erano “colori musicali”! Quei “colori musicali e testuali” che, oggi, sono nei registri digitali di Blockchain.

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