Oggi si fa un gran parlare della tecnologia di criptovalute ed in particolare della moneta digitale più conosciuta, il Bitcoin. Pochi sanno, però, che dietro a questo strumento esiste una tecnologia che sta aprendo scenari prima impensabili per il mondo digitale: la blockchain. La Blockchain (letteralmente “catena di blocchi”) sfrutta le caratteristiche di una rete informatica di nodi e consente di gestire e aggiornare in modo univoco e sicuro un registro contenente dati e informazioni (per esempio transazioni) in maniera aperta, condivisa e distribuita senza la necessità di un’entità centrale di controllo e verifica. Questa innovazione consente quindi, potenzialmente, di fare a meno di banche, notai e istituzioni finanziarie, permettendo quindi a tutti i nodi di partecipare al processo di validazione delle transazioni da includere nel registro. Le ulteriori applicazioni sono tante, in gran parte ancora da esplorare e non solo in ambito finanziario.
La prima criptovaluta ad utilizzare la nuova tipologia di transazione legittimata da una rete decentralizzata e non dalle autorità centrali è stata il Bitcoin, a partire dal 2009. Seppur breve, la sua storia ha già stimolato l’evoluzione delle tecnologie Blockchain tra le sperimentazioni e le perplessità inerenti all’Internet of Value ( «Internet del Valore»), ovvero tutti quei sistemi che rendono possibile scambiarsi valore su Internet con la stessa semplicità con cui oggi vengono scambiate le informazioni. Il settore più avanzato in tale sperimentazione resta quello della Finanza & Assicurazioni, ma non mancano progetti e applicazioni in ambito Agrifood, Logistica, Pubblica Amministrazione, Advertising (o più in generale Media) e, incredibile a dirsi, anche l’arte, appositamente definita “criptoarte”. Ne è un esempio eclatante il caso di Pablo Rodriguez-Fraile, collezionista d’arte spagnolo di 25 anni che si è definito “investitore in asset digitali”: nell’ottobre del 2020 ha speso quasi 67mila dollari per aggiudicarsi la “versione originale” di un video di dieci secondi, realizzato dall’artista digitale Beeple, in cui una sorta di gigantesco Donald Trump collassa al suolo coperto di slogan. Pochi giorni fa, Rodriguez-Fraile ha rivenduto quel video per 6,6 milioni di dollari, cento volte tanto quanto l’aveva pagato qualche mese prima. Stiamo parlando di un fenomeno recente ma in grande espansione: quello delle opere d’arte digitali (e quindi apparentemente disponibili per chiunque online), che tramite la blockchain possono essere autenticate e avere un proprietario. Fino all’introduzione della tecnologia blockchain, infatti, era impossibile assegnare un valore a questa tipologia di opere d’arte data la loro facilità di duplicazione. È però sbagliato pensare che la criptoarte, le opere artistiche digitali e l’arte certificata con la blockchain abbiano per forza di cose a che fare con le criptovalute. L’arte digitale parla a volte di criptovalute e viceversa con le criptovalute a volte si compra arte digitale, ma le blockchain possono servire anche per opere e contenuti non necessariamente e non strettamente artistici, come per esempio, pezzi di terra in luoghi virtuali o anche video in edizione limitata della NBA.
È molto difficile dire che ne sarà nei prossimi mesi e nei prossimi anni dell’arte digitale certificata con la blockchain. Di certo, così come fu per le criptovalute, per chi ha saputo muoversi bene e presto ci sono già stati grandi guadagni, e non è per niente detto che la crescita sia finita. Però, così come quello delle criptovalute, anche quello della criptoarte è un contesto volubile, in cui a ogni grande espansione potrebbe sempre seguire una rapida involuzione, con una conseguente svalutazione di molte opere.

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