Manon Aubry, deputata del Parlamento europeo e copresidente del gruppo parlamentare della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica, ha sferzato un colpo contro la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, durante la seduta plenaria del Parlamento UE del 3 marzo: quanta incoerenza c’è tra il sistema che dovrebbe guidare i lavori della Commissione Europea e il servilismo di questo Organo nei confronti delle cause farmaceutiche!? La sensazione che si prova (e forse non è una mera sensazione) è che i grandi leader farmaceutici abbiano stabilito loro la ‘legge’ che dovrebbe tutelare la salute degli europei e siano stati troppo invasivi rispetto al funzionamento del Sistema transnazionale dell’UE. Non mancano, peraltro, accuse sulle consegne: “Siamo capaci di imporre restrizioni alla popolazione limitandone la libertà e non sappiamo dettare regole per il Big Pharma?”.

Trasparenza. Questa è la parola chiave. Ma il problema è che proprio questa “latita”: le polemiche, infatti, sono partite non solo dalla deputata di sinistra, ma anche da altri esponenti: rispetto a quali contratti con le aziende produttrici di vaccini anti-Covid19 la Commissione UE ha concluso le negoziazioni?

Consideriamo Emily O’Reilly: la scrittrice, politica e giornalista irlandese, eletta come mediatore dal Parlamento Europeo, ritiene che le clausole di trasparenza avrebbero dovuto essere inserite nei contratti. Come non porre in risalto, in tal senso, l’esistenza di un Comitato Direttivo degli Stati membri coinvolti nei negoziati? Il contratto finale è firmato da tutti gli Stati membri!

Intanto, sul fronte italiano, il governo Draghi vuole e deve garantire una sufficiente quantità di dosi da distribuire alla popolazione europea, prima di consentire l’export alle case farmaceutiche: insomma, il nostro Paese deve essere il più possibile autonomo nella produzione di sieri e impegnare risorse «per 400-500 milioni di euro per la nascita di un polo biotecnologico nazionale», legato non solo ai vaccini.

Per questo motivo, peraltro, l’Italia ha anche deciso di proporre alla Commissione Europea il blocco di 250.000 dosi di AstraZeneca destinate all’Australia. La proposta italiana è stata accolta. Ma, proprio in relazione all’attuale crisi, l’Australia non è inserita tra i Paesi più vulnerabili alla pandemia. In particolare, Greg Hunt (1965), politico australiano preposto al Ministero della Salute dal 2017, precisa che la situazione in Australia non è drammatica, in quanto questo specifico blocco non avrà alcun impatto sull’organizzazione del piano vaccinale nazionale. A quanto pare, l’Australia si è mossa in ritardo, ma con grande forza e lungimiranza, in fondo, “mettendo sul piatto” un’offerta economica assai più allettante di quella europea, che ha determinato, come conseguenza, il riorientare le priorità di produzione: il pacchetto per i Paesi europei, infatti, è stato scalzato a favore dei Paesi che pagano meglio. 

In ogni caso, il problema sta a monte: in una vicenda come questa, non si può lasciare il comando in mano all’autoregolamentazione del mercato privato. L’UE, quindi, deve attuare, pur nel rispetto dei suoi valori democratici, una politica di potenza, avanzando richieste pubbliche, ovviamente in nome del bene comunitario, ai soggetti privati… Big Pharma, in particolare. 

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