Femminicidio. Se ne sente di continuo parlare. Ebbene sì, dato che in Italia nel 2020 i casi di femminicidio sono stati più di 90. La questione è di un certo spessore, dal momento che all’atto in sé si accosta una radicale idea di natura patriarcale, che va acuendosi in questo periodo di continua convivenza in casa. Una questione complessa, che non si può arginare come si è soliti generalmente nei casi di omicidio, in quanto il problema risiede nella mentalità di chi compie l’atto e non dipende di per sé dalle dinamiche specifiche che portano l’omicida a macchiarsi del delitto. Per “sconfiggere” il femminicidio in passato si è anche parlato di fare una legge che distinguesse l’omicidio dall’omicidio commesso contro una donna per motivi di natura patriarcale. In altre parole, si è proposto di introdurre il reato di femminicidio, cosa che ha fatto molto parlare al tempo, in quanto ci si domandava se fosse davvero giusto distinguere un reato in base al sesso della vittima. D’altra parte però non era una distinzione puramente dovuta al genere della persona, bensì ai motivi che portavano l’uomo a commettere il reato. La proposta, andata in porto, ha ulteriormente sensibilizzato la società sulla questione, benché, come i dati ci mostrano, ancora molta strada sia da percorrere per sconfiggere questo triste fenomeno. Il problema è evidentemente di natura culturale e, in quanto tale, la sua risoluzione non può derivare dal semplice esercizio del potere punitivo dello Stato, ma necessita di estendersi a un’educazione profonda degli individui, che non può che partire dalle istituzioni predisposte alla formazione della persona, le scuole.

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