I casi di femminicidio sono notevolmente aumentati in questo periodo di convivenza forzata a casa. Mentre tutti gli altri casi di omicidio sono diminuiti a causa della pandemia, quelli di femminicidio sono invece in crescita. Ma non c’è da stupirsi, il 70% di questi delitti vedono infatti il colpevole in un familiare. Non è dunque quello del femminicidio un caso di delitto dovuto alla criminalità organizzata. E questo spaventa ancora di più dato che l’ostacolo non risiede in un “nemico esterno”, ma in un “traditore interno” al proprio nucleo familiare. Il problema infatti è di natura prettamente culturale e non possiamo pensare i casi di femminicidio come distinti l’uno dall’altro, dal momento che vi è sempre lo stesso denominatore comune, la tendenza misoginia dell’uomo, ancora ampiamente presente in una certa mentalità. La questione è quindi molto complesso: per contrastare il femminicidio non è sufficiente, come per gli altri omicidi, aumentare la sicurezza e colpire le associazioni criminali, ma bisogna agire sulla mente umana, sradicando l’idea per cui la donna sarebbe sottomessa all’uomo.

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