Il termine femminicidio deriva dallo spagnolo e indica qualsiasi forma di violenza riversata sulle donne. Nella maggioranza dei casi l’uccisione non è frutto dell’improvvisa perdita di controllo o della presenza di patologie psichiatriche da parte dell’assassino, ma rappresenta l’ultimo di una serie di atti violenti a cui la donna è stata sottoposta, dal punto di vista sessuale, fisico, psicologico o economico dal suo assassino. Nell’ordinamento penale italiano il termine ha fatto per la prima volta comparsa nel 2013, con il decreto legge n.93. Tuttavia, è importante distinguere tra omicidio e femminicidio.  La maggior parte degli omicidi vede come vittime gli uomini e spesso avvengono nell’ambito della criminalità organizzata. Dagli anni ’90, però, questi tipi di reati sono diminuiti notevolmente. Se si osservano, infatti, le curve relative alle vittime, donne o uomini, degli omicidi, si nota come la diminuzione degli omicidi legati alla criminalità abbia portato soprattutto a una diminuzione delle vittime maschili, che rimangono tuttavia ancora il doppio rispetto a quelle femminili. Ma la percentuale di donne, tra le vittime di omicidi, che sono state uccise da un partner o ex partner, è in effetti molto alta, e segue un andamento poco costante negli anni, con frequenti lievi aumenti o cali; tuttavia, è possibile intravedere una pericolosa tendenza crescente. Alla luce di ciò, però, vale la pena puntualizzare che l’emancipazione attuale né ha fatto aumentare la criminalità delle donne, né ha fatto diminuire la violenza contro di esse. Persiste, infatti, la tendenza dispotica del famigliare, chiunque egli sia, a voler dimostrare controllo e potere sulla donna, ricorrendo a mezzi estremi e, appunto, violenti. Di fronte a tali atti ogni forma di dialogo con gli amici o i coetanei risulta essere l’arma vincente per la prevenzione o la difesa, ma spesso la paura offusca la mente e comporta solo un aumento del danno psicologico.

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