«Le donne hanno pagato un prezzo altissimo durante il lockdown, perché le ha costrette a una vicinanza continua con i propri carnefici». Così, pochi giorni fa, ha twittato Roberto Saviano sul suo account social, parole che hanno scatenato una lunghissima catena di risposte, tra cui anche molte critiche. Da parte di uno scrittore del calibro di Saviano ci si aspetterebbe grande proprietà di linguaggio, eppure a molti le sue parole sono apparse sbagliate: non tutti gli uomini sono oppressori o assassini, e, fortunatamente, non tutte le donne sono vittime. Due sono le interpretazioni possibili a questo commento: una pericolosissima sottovalutazione del problema, o dall’altra parte, in buona fede, una giusta riflessione. Per tanti una precisazione di questo tipo è necessaria a non cadere in una rischiosa generalizzazione e sfociare poi nel luogo comune secondo cui l’uomo è un mostro prepotente e la donna una fragile fanciulla. Uno stereotipo che può spesso sottintendere l’inferiorità del genere femminile rispetto a quello maschile, una mentalità che sta alla base della causa principale per cui il tasso di femminicidi è estremamente maggiore rispetto a quello dei maschicidi (35% contro il 7%). È giusto non generalizzare, ma allo stesso tempo è importante non sottovalutare: il lockdown ha effettivamente influito sul tasso delle violenze di genere, nel 2020 il numero dei femminicidi familiari con vittime conviventi è salito (+10,2%), mentre sono scesi i casi dei non coabitanti (-27,8%). Questo dimostra ancora una volta come il maltrattamento femminile non sia un reato legato alla criminalità organizzata, ma bensì, nella maggior parte dei casi, sia un fenomeno nascosto tra le mura domestiche. Se per molti il lockdown dello scorso anno è stato un’occasione di riunione e riscoperta famigliare, per altri è stato invece un periodo di vera e propria sofferenza: c’è chi è stato chiuso in casa, e chi ve ne è rimasto intrappolato, chi ha convissuto con i propri affetti, chi con un carnefice.

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