A Palermo, qualche settimana fa, una bambina di 10 anni ha tentato di stringersi il collo con una cintura ed è poi morta nel bagno di casa sua perché, così riportano i giornali, ha tentato di fare la Hanging o la Black out challenge, sfide che consistono nel mettere alla prova la propria resistenza al soffocamento e che, secondo la procura, spopolano su Tik tok. È questo un social molto popolare, che permette agli utenti di passare il tempo creando e guardando brevi video della durata massima di un minuto. I video possono essere di vario tipo, dal comico al romantico, e attraverso questi si lanciano delle sfide basate prevalentemente su performance di danza. Con qualche rapida ricerca, si può verificare come la challenge incriminata effettivamente esista, ma non su Tik tok, bensì su altri social. Spesso, infatti, si tende a strumentalizzare degli eventi senza conoscere effettivamente il significato delle cose. È indubbio che in internet si possa trovare un’ingente quantità di video, immagini, articoli di giornale, spiegazioni di argomenti scolastici e tanto altro, ma la maggior parte del materiale è spesso solo “spazzatura”. È probabile allora che la bambina abbia visto un video simile e abbia voluto imitarlo, ma un altro fattore che allontana le accuse da Tik tok è il fatto che questa challenge abbia una bassissima percentuale di visibilità in Italia e sia più che altro vista in altri paesi. La probabilità, dunque, che la giovane palermitana abbia visto un video del genere su questa piattaforma è alquanto bassa. Ma nel frattempo le accuse sono state rivolte a Tik tok.
Senza cercare sempre il capro espiatorio di tali disgrazie, non avendo nemmeno prove, sarebbe meglio riflettere. È uno scempio il fatto che in diversi social girino delle sfide di un così basso livello di moralità e che istighino al suicidio, ma questa volta non deve essere tirata in causa una piattaforma nella quale tali video sono censurati. Il reale problema è costituito dai social che non hanno delle norme di decenza, come lo era stato VKontakte sul quale anni fa spopolò la Blue whale challenge: un’istigazione al suicidio che consisteva in cinquanta giorni di prove mortali alle quali dovevano sottoporsi i giovani.
In questi casi la colpa è principalmente dei genitori che permettono ai figli di accedere a social che, in realtà, sono vietati ai minori di 14 anni. Non è facile per le piattaforme controllare l’età degli utenti; questa sarebbe oltretutto una violazione della privacy, quindi il loro unico ruolo è quello di garantire alle persone la censura di video provocatori, e sotto quest’aspetto Tik tok ha pubblicato delle norme. La responsabilità sta dunque ai genitori che hanno il compito di tutelare i figli e di controllare che a loro non giungano video di questo genere.

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