Circa tre anni fa, circolava la voce di una challenge, nata nei meandri dell’internet russo, e poi diffusasi in tutto il mondo, la Blue Whale: qui si promuoveva un gioco che, inizialmente innocuo, introduceva elementi di autolesionismo, fino a richiedere al giocatore, nella sfida finale, di suicidarsi; o ancora, poco più di un anno fa, si è diffusa  la voce di un presunto adescatore, di nome Jonathan Galindo che, attraverso la faccia di Pippo, deformato con sembianze umane, ma capace di provocare spavento, entrava in contatto con bambini e ragazzini online e li spingeva al suicidio. Non è la prima volta che il web dà alla luce challenges che possono rivelarsi fatali: è il caso della Blackout challenge, che prevede che una situazione venga completamente ribaltata da una schermata nera. 

A prescindere dalle sfide in sé, che sono comunque molto pericolose, è necessario soffermarsi sulle polemiche che hanno, di recente, interessato giornali e trasmissioni televisive, che hanno coinvolto l’opinione pubblica e il web: riguardo alla bambina di 10 anni, ritrovata morta nel bagno, la Procura di Palermo ha indagato e imputato l’esplosione della tragedia ad un gioco attivato da Tik Tok: molti hanno criticato i genitori della bambina, che non le hanno impedito la navigazione sul social, altri hanno invece attribuito all’azienda stessa ogni responsabilità, chiedendone la limitazione in Italia. 

Le due posizioni sono, in effetti, estreme e rigide, in quanto si trascura, in entrambi i casi, la complessità della vicenda. Tik Tok è un social che sta spopolando, con milioni di utenti connessi ogni giorno: è ovvio, quindi, che verificare l’età dei destinatari in modo più sicuro è un’azione impossibile da attuare senza l’uso di un algoritmo. 

Gli algoritmi, però, soprattutto quelli più moderni, funzionano con il metodo del machine learning, “imparando” cioè dai propri errori, in modo da divenire più efficaci. È chiaro, allora, che l’azienda cinese e, di fatto, anche quella che fornisce e gestisce gli algoritmi hanno la responsabilità di non aver controllato che il sistema non producesse troppi errori, ostacolo questo che, molto probabilmente, è quasi impossibile da superare.

Chiedere comunque il blocco dell’applicazione o una qualsiasi forma di censura non porterebbe a nessun risultato positivo e limiterebbe la creatività e la libertà degli altri utenti della piattaforma. È però altrettanto vero che la bambina non avrebbe dovuto avere accesso al social: partendo dal presupposto che, teoricamente, un bimbo di 10 anni non dovrebbe neanche possedere un proprio cellulare, in caso contrario la famiglia dovrebbe per lo meno sorvegliarne l’uso, impedendo che il proprio figlio visualizzi contenuti poco adatti alla struttura, ancora in fieri, della sua mente e delle sue emozioni. 

Peraltro, non sono mancati i soliti “avvelenatori di pozzi”, che reputano internet la disfatta della società moderna, la rovina dei più piccoli, attraverso i videogiochi. Sono anni che ascoltiamo queste litanie, di fronte alle quali i più accaniti fruitori si indignano. E comunque, in ogni caso, esse non hanno sortito alcun effetto. 

Tornando alla vicenda della bambina, non si può crocifiggere né la famiglia né la società cinese, in quanto la linea di fondo di Tik Tok è orientata alla musica, alla danza, alla comicità più esplosiva e spontanea, alla libertà di espressione, alla satira. Dunque, nulla di fatale! 

Ma è ovvio che, di fronte a tutte le piattaforme, la parola chiave da interiorizzare e applicare è “CAUTELA”. 

0
0 Commenti

Lascia un commento

CONTATTACI

Hai una domanda? inviaci una e-mail e ti risponderemo al più presto.

Il Quotidiano in Classe è un'idea di Osservatorio Permanente Giovani-Editori © 2012-2021 osservatorionline.it

Effettua il login

o    

Hai dimenticato i tuoi dati?

Crea Account