Le “Blackout challenge”, una triste piaga che sembra diffondersi capillarmente fra le fasce più giovani della popolazione, le più ingenue ed indifese. Tali sfide consistono spingono allo stremo la resistenza mentale dei ragazzi che vi partecipano; una serie di prove folli che portano al totale straniamento dalla realtà, in un meccanismo alienante e distruttivo che ha condotto alcuni giovani al suicidio, ultima fra questi la ragazzina palermitana di appena dieci anni.

Controllare l’età degli utenti, sorvegliare sui contenuti che circolano sui social sono meri propositi che potrebbero essere destinati a rimanere tali, considerati i precedenti atteggiamenti di indifferenza davanti al peraltro recente dramma della “Blue whale”. Si tratta di un problema serio e di massima urgenza poiché, come spesso accade nel modo digitale, la situazione può cambiare repentinamente, degenerando potenzialmente in un meccanismo incontrollabile ed inarrestabile. È inoltre possibile che le proposte citate non bastino a porre un freno al dilagare di queste sfide tossiche, poiché non costituiscono altro che il diretto risvolto della nuova società che si sta formando a partire dalle nuove generazioni: una collettività che predilige una digitalizzazione della realtà, dei rapporti e della stessa interiorità personale, non più un tesoro da custodire gelosamente, ma un peso da alleviare ponendolo alla mercé del mondo virtuale.

La colpa non è dei ragazzini, prime vittime di questo sistema, ma se vogliamo riscattarle da questo stato di prigionia virtuale, bisogna farlo al più presto.

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