Il blocco dell’account di Trump su tutti i social ha riportato alla luce un momento remoto ma attuale cioè il rapporto tra la libertà di espressione e le leggi che si sono dati questi colossi del web.

E’ giusto che i social ci dicano cosa possiamo e non possiamo dire? Fortunatamente le regole che vigono sui social e nel mondo virtuale non sono molto differenti da quelle che regolamentano la vita reale di tutti i giorni. L’articolo 21 della Costituzione italiana che recita “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” va applicato in entrambi i casi.

Però non tutti sanno che vi è una netta differenza fra la manifestazione libera del  proprio pensiero e la diffamazione, l’ingiuria, l’incitamento all’odio e alla violenza, poiché in questo caso ci si macchia di reati come il bullismo e il cyberbullismo.

Il cyberbullismo  è una forma di bullismo che si manifesta sulle piattaforme social, e che sfortunatamente offre innumerevoli possibilità in più rispetto al bullismo tradizionale di mancare di rispetto ad un altro utente, poiché ciò avviene anche mandando  messaggi, video e foto offensivi  tramite strumenti elettronici.
Proprio per questo i social hanno giustamente imposto dei limiti di espressione del proprio pensiero. Purtroppo tale intervento che dovrebbe frenare ed evitare i comportamenti scorretti degli utenti è arrivato troppo tardi, visto che ormai il numero della vittime è spropositato, soprattutto tra i giovani, e chi ha subito pesanti intimidazioni resterà offeso per sempre.

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