Desideriamo nuove prospettive con la presunzione di poterle ottenere con un solo punto di vista per rifugiarci in una tanto confortevole quanto ingannevole illusione. La dialettica socratica sembra ormai solo un lontano ricordo caro a pochi, ci si è fatti prevaricare dalla paura di mettersi in discussione, di confrontare, cambiare e riformulare le proprie idee. Siamo diventati fobici del dubbio, del dubitare di tutto ciò che abbiamo distinto nella nostra mente, ma che nella realtà al di fuori ci appare estraneo, offuscato; non comprendiamo, invece, che è nel dubbio stesso che s’insidia la forza umana più grande, la flessibilità. Diventa allora terrificante osservare come l’altro finisca per essere un insidioso ostacolo da abbattere, e nella nostra moderna era digitale la violenza verbale si mostra come l‘arma vincente da sfoderare nella grande arena dei social. Come si può allora non limitare l’uso della parola quando questa si configura come violenza, se siamo diventati così sordi nell’ascoltare ciò che ci circonda dobbiamo accettare allora anche di essere muti. Senza poi considerare i casi in cui le piattaforme digitali vengono scambiate per luoghi ideali di sottomissione alla debolezza del giudizio superficiale su tutto e tutti, senza conoscere e soprattutto senza rispetto, allora può essere solo che nell’assenso verso i limiti di espressione posti dai social che si può manifestare il nostro dissenso verso il fine più spregevole della comunicazione, l’annientamento dell’altro. Tuttavia, il sistema di rimozione dei contenuti inappropriati dalle piattaforme digitali deve essere regolamentato ed è proprio in questa ottica che la commissione europea vuole varare la digital service act, che renderebbe i social responsabili legalmente di ciò che viene pubblicato. Dovremmo dunque tutti augurarci che tale norma entri in vigore il più presto possibile perché così come nella vita reale ciò che diciamo ha delle ripercussioni anche in quella virtuale bisogna rispondere di quanto si afferma.    

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