La necessità di regolamentare fenomeni nuovi subentra ogni qual volta gli stessi producono effetti inaspettati, ancor di più se sono di risonanza mondiale.

Il cosiddetto “Google Down” del 14 dicembre, che ha provocato il malfunzionamento di molti servizi connessi al motore di ricerca più visitato al mondo, è stato giustificato dallo stesso gigante del web come un problema di capienza di archiviazione interna; ma, come noto, le notizie su un possibile attacco hacker si sono diffuse con rapidità, interessando l’intera rete.

Analizzando le informazioni circa l’utilizzo di Google, emergono numeri impressionanti, soprattutto se si considera che, in tutto il mondo, ogni giorno, sono effettuate circa 3,5 miliardi di ricerche (Internet Live Stats) e che il sito in questione è stato visitato 62,19 miliardi di volte nel corso del 2019 (SimilarWeb). 

Questi dati lasciano senza parole, soprattutto se si riflette sul fatto che gli utenti internet nel mondo sono circa 4,5 miliardi (Report Digital 2020). 

E che dire dei servizi collegati a Google? 

Pensiamo a YouTube: qual è, a livello globale, la portata quantitativa nell’uso di tale piattaforma web? Gli utenti più attivi vi caricano oltre 500 ore di video al minuto; gli utenti particolarmente appassionati di musica e altre forme di arte guardano, ogni giorno, video per oltre un miliardo di ore. Più della metà di queste visualizzazioni avviene attraverso dispositivi mobili, tanto che, in media, ogni utente trascorre più di un’ora al giorno su YouTube. Il 2018 ha segnato, inoltre, la crescita più rapida, tanto che, in questo caso, il numero di ore spese sulla piattaforma è cresciuto del 60% da un anno all’altro.

E` quindi chiaro che Google è ormai parte della nostra quotidianità, fino al punto che sembra impossibile rinunciare alla navigazione attraverso questo motore di ricerca, sia per studio che per appagare semplici curiosità. 

Quindi, la governance dell’UE ha posto l’interesse sul livello di sicurezza garantito agli utenti dai colossi digitali. Il commissario europeo per la concorrenza, la politica danese Margrethe Vestager, ha infatti presentato a Bruxelles due proposte di legge, il «Digital Markets Act» e il «Digital Services Act», che hanno un unico scopo: tutelare gli utenti, assicurando loro l’accesso a un’ampia scelta di prodotti e servizi sicuri. “Vogliamo rimettere ordine nel caos del traffico su internet”, ha sottolineato la vicepresidente Vestager. 

Come rispondono gli Stati Uniti? La federazione USA sta ancora valutando le possibili modifiche e integrazioni normative, da attuare per agire sulla responsabilità dei contenuti e sulle strategie per la concorrenza. 

In base alle nuove proposte, le aziende digitali, Google, Amazon, Facebook e Microsoft, rischiano di pagare multe pari al 10 per cento del loro fatturato, se non rispettano le regole stabilite. 

Ma vediamo, nello specifico, cosa prevede l’attuazione dei due provvedimenti europei.

Il DIGITAL SERVICE ACT è stato concepito per combattere la diffusione di contenuti discriminatori (odio razzista, omofobia, sessismo) e pedopornografici, la vendita di prodotti non in linea con le norme europee e la propaganda terroristica. Sono previste infatti sanzioni, compreso lo spacchettamento dei monopoli e la cessione di determinate attività, nei casi in cui le aziende non intervengano tempestivamente con misure a garanzia del rispetto delle norme. La Commissione Ue intende applicare tali norme ai principali fornitori dei servizi di piattaforme più inclini a ricorrere a pratiche sleali, come i motori di ricerca, i social network o i servizi di intermediazione online.

Il DIGITAL MARKETS ACT intende evitare che i «guardiani» della rete impongano condizioni inique alle imprese e ai consumatori che usano le piattaforme, che garantire la concorrenza nella fornitura dei servizi digitali. In questo modo, si tutela il divieto di accedere ai dati delle imprese e dei consumatori che operano sulle piattaforme monopolistiche. 

Bruxelles vuole mettere fuori legge la possibilità di questi «guardiani» di vietare ad altri di accedere ai loro mercati online come gli «app store»; l’accesso, infatti, deve essere libero nel rispetto, ovviamente, delle condizioni che si applicano ai servizi. E questo è uno dei principali motivi di scontro tra Apple e Spotify o Facebook, che si ritengono lesi da condizioni inique poste sulle loro app. Ma, il creatore di iPhone nega ogni addebito. 

La Commissione Ue, inoltre, intende bloccare le pratiche commerciali, come la classificazione di prodotti in anticipo rispetto a quelli dei concorrenti.  Facebook, Google o Amazon dovranno fornire alle autorità nazionali di regolazione un maggiore accesso ai dati e nominare revisori indipendenti. Si avranno così maggiori poteri, compresa la possibilità di imporre multe fino al sei per cento delle entrate annuali delle aziende. A Google potrebbe essere limitata la pratica di collocare i propri prodotti in testa al suo motore di ricerca. 

Nelle due proposte presentate, inoltre, non è prevista la tassazione delle Big Tech. La Commissione UE ha pertanto avviato i lavori per formalizzare un’iniziativa autonoma che necessita però di un accordo tra i governi, non facilmente raggiungibile. «Il Parlamento e il Consiglio devono resistere alle enormi pressioni delle lobby delle società Big Tech che tentano di attenuare le proposte», sostiene l’Organizzazione dei consumatori Ue.

Il vice presidente di Google, Karan Bhatia, chiamato in causa, ha testualmente riferito: «Esamineremo attentamente le proposte della Commissione, ma ci preoccupa che possano essere mirate specificamente a un gruppo ristretto di aziende, rendendo più difficile lo sviluppo di nuovi prodotti a sostegno delle piccole imprese in Europa».

 È probabile, allora, che le piattaforme impugneranno le decisioni nei tribunali Ue.  

Una questione, dunque, che non può dirsi in via di risoluzione…

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