Mi ricordo di quando, durante il periodo del primo lockdown, si discuteva a proposito di un “internet down”, il blocco a tempo indeterminato dei servizi Internet, a causa di possibili sovraccarichi dei server. Se ne parlava come di uno scenario catastrofico ma improbabile, un’ipotesi apocalittica ma ancor remota. Lunedì 14 dicembre si è consumato il dramma, migliaia di utenti disperati, altrettanti studenti affranti abbandonati alla loro solitudine… Ma forse non è andata proprio così. Google ha avuto un malfunzionamento e, per risolverlo, sono servite alcune ore. Nulla di catastrofico è accaduto e, in questo senso, potremmo tranquillamente minimizzare l’avvenimento e sdrammatizzare, come sto facendo ora. Vi è un altro lato, forse non direttamente collegato con l’accaduto, che tuttavia non può essere trascurato. I cosiddetti “Big” della rete, piattaforme quali Google o Youtube, costituiscono ad oggi i maggiori “contenitori” di dati e di informazioni. Malfunzionamenti come quello di lunedì mettono in luce la fragilità di questi sistemi che normalmente tendiamo a considerare saldi e non corruttibili. In questo senso, forse, dovremmo riconsiderare le loro debolezze e, se vogliamo mantenere le nostre informazioni incorrotte, assicurarci che in primo luogo i contenitori di tali informazioni siano incorruttibili.

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