Da quando il covid-19 ha visto un’irrefrenabile diffusione in Europa e nel mondo, l’Italia è stata etichettata come uno dei Paesi più sconvolti da questa situazione, ma, allo stesso tempo, le è stata riconosciuta l’incredibile trasparenza nella divulgazione delle informazioni. Grazie infatti ai servizi del telegiornale e del quotidiano, siamo tutti perfettamente informati sull’andamento della curva dei contagi e, ultimamente, anche sulla scoperta di un potenziale vaccino.  Sappiamo che diversi sono i centri di ricerca che ne propongono uno, primo fra tutti Oxford. Tuttavia, è inevitabile riflettere sul fatto che non tutti i Paesi riceveranno la loro dose alla stessa velocità con cui ne saranno informati. Si teme che la supremazia geopolitica possa influire sulla diffusione del vaccino. Affinché però esso sia accessibile a tutti i Paesi, si sta proponendo un abbassamento dei prezzi standard, ma rimane il problema della “consegna”. Attualmente, il vaccino prodotto dall’università di Oxford necessita di essere mantenuto a una temperatura di -70 gradi. Il problema quindi nasce dal mantenere costante tale valore durante il trasporto. Si sceglierà pertanto di distribuirlo in primo luogo laddove ci sia un maggiore sostegno economico per le tecnologie di trasporto. Ma non sarebbe più corretto dare invece la precedenza allo stato che ne necessita di più, basandosi sul numero di casi? È vero che sembra discriminatorio parlare di “precedenza”, ma in una situazione di emergenza è meglio attuare misure ben precise, per non finire nel caos più totale, e intervenire prontamente dove la richiesta è ingente. 

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