Nel bel mezzo della campagna elettorale contro Joe Biden, Bill Barr, procuratore generale degli Stati Uniti e uomo fidato di Trump, con l’appoggio di undici stati federali, ha deciso di muovere causa a Google, accusata, così come era accaduto a Microsoft quasi vent’anni fa, di non rispettare le norme antitrust, impedendo così ai motori di ricerca minori di farle concorrenza. Al centro delle accuse sembra esserci un accordo stipulato nel 2018 con Apple per il quale, al prezzo di 10 miliardi di dollari all’anno, Google si assicurava il monopolio di ogni ricerca: in pratica ogni ricerca condotta su Safari viene indirizzata su Google, facendo sì che le due enormi aziende della Silicon Valley lavorino in realtà come una sola e non come competitor, smentendo così ogni retorica che le vorrebbe acerrime rivali. L’intento propagandistico di questa azione è chiaro: far passare Trump agli occhi degli americani come colui che combatte i ricchi per proteggere il libero mercato, uno dei capisaldi della società americana. Nonostante ciò, non si può affatto negare quanto questo processo sia comunque un’occasione per limitare il potere dei colossi del web, che danno sempre di più l’impressione di essere inattaccabili e sopra la legge, nonostante la quantità di comportamenti dalla dubbia morale da essi attuati per arrivare fino a questa posizione. Per quanto ritenga giusto permettere che un lavoro venga ricompensato in modo adeguato in base all’impatto che esso ha sulla società e sull’economia, non può essere assolutamente permesso che aziende private ottengano poteri maggiori dello Stato, cosa che, grazie ad enormi possibilità economiche e comportamenti oltre la legalità, con l’avvento di Internet sta accadendo regolarmente. In questi casi dovrebbe essere ruolo dello Stato intervenire e punire severamente le ingerenze dei privati pericolose per la società, provvedimenti che vengono però presi troppo raramente. Google si è difesa affermando di essere perfettamente in linea con le norme antitrust, difendendo quest’ultime il prezzo più basso sul mercato, che è quello di Google. Ovviamente chiunque sa benissimo che navigare su Google non è affatto gratis, anzi. Il motore di ricerca è infatti in possesso dei dati, anche sensibili, di ogni utente, informazioni dal valore enorme in mano ad un’azienda che ha dimostrato di avere ben poca morale per quanto riguarda il lato economico del suo lavoro. L’auspicio è che l’operato di queste enormi aziende venga controllato maggiormente e con più regolarità, al fine di non ritrovarsi a bocca aperta quanto si sentono notizie come questa.

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