Il lockdown che abbiamo appena superato ci ha cambiati nel profondo, in modi molto diversi fra loro. Probabilmente tutti noi, all’inizio, siamo rimasti fermi un attimo; immobili; sconvolti; ma poi, chi molto lentamente e chi un po’ più velocemente, ci siamo dovuti riprendere. Diverso è stato sicuramente l’approccio con cui ogni più piccola sottocategoria della popolazione umana l’ha fatto: vi è da considerare, in primo luogo la differenza d’età, che oscilla fra due estremi. Da un lato troviamo infatti i più giovani, per i quali rinunciare alla normalità è stato assai difficile, e, come ci insegnano gli articoli di feste colme di contagi risalenti a quest’estate, in alcuni casi catastrofico; dall’altro lato invece vi sono i più anziani, abituati, ma non troppo, al caldo delle mura casalinghe. L’approccio è strettamente collegato anche alle attività: c’è chi ha dovuto iniziare la scuola a distanza, guardando compagni e professori, che fino a qualche giorno prima costituivano la “quotidianità”, componevano volti che uno studente vede quasi più di quelli dei propri genitori; chi ha dovuto “portare il lavoro a casa”, acquisire quindi nuove competenze; chi, addirittura, si è visto senza più un lavoro, senza più un sogno. in ultimo, ma non meno importante, alla classe sociale d’appartenenza. Sicuramente il nuovo lockdown di cui si sta vociferando – ammesso che ci sarà – ci coglierà un po’ più preparati, ma non so se più consapevoli. Se è vero che la storia insegna, infatti, è anche vero che i più grandi disastri sono stati la copia degli errori del passato.

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