Tutti si sono resi conto di quanti siano i limiti della didattica a distanza. Tutti sanno quali siano gli sforzi e le difficoltà di una circostanza del genere, molti professori si sono dovuti adeguare affacciandosi ad un mondo con cui non avevano mai avuto a che fare, i genitori si sono dovuti adattare cercando il più possibile di aiutare i propri figli, soprattutto i più piccoli, assumendo un ruolo da “insegnante”. I ragazzi, spesso si trovano a fronteggiare una mole elevata di compiti, restando moltissime ore davanti al telefono o al pc, tra stanchezza ed esaurimento, e soprattutto imbattendosi in numerose distrazioni.
Insomma, la maggior parte delle persone si augura che tutto ciò possa finire al più presto.
Quando si pensa al dopo, si tenta di conciliare un ritorno nell’istituto con le precauzioni e le sicurezze necessarie per garantire la salute, ma spesso si arriva a proporre discutibili soluzioni, come l’idea di far partecipare metà classe in presenza e di far seguire le lezioni all’altra metà in collegamento video da casa, idea che a mio vedere non risolverebbe i problemi, infatti nel mio istituto e in molti altri, probabilmente non vi sarebbero ugualmente le condizioni per i professori di poter svolgere il lavoro e per i ragazzi di studiare in sicurezza. Quanto detto è dovuto ai piccoli ambienti cui disponiamo per via del terremoto del 2016. Inoltre vi sono altre problematiche che accomunano tutti gli istituti d’Italia, come ad esempio il fatto che ciò creerebbe enormi problemi con gli orari e quindi per i trasporti, stravolgendo l’intera programmazione delle tempistiche scolastiche, e richiedendo un elevato aumento di sanificazione degli ambienti e di conseguenza di spese in generale.
Quindi qual è il modo migliore per riprendere un percorso didattico regolare, dopo questo lungo stop?
Non si sa, nessuno lo sa, e probabilmente per ancora molto tempo nessuno lo saprà con certezza.
La speranza rimane, ed è ovviamente quella di tornare alla vecchia modalità di apprendimento al più presto. Anche perché sembrerebbe che la scuola non meriti nuovi investimenti e che si debba arrangiare con le poche risorse disponibili, segno che non viene riconosciuta l’esistenza di una ”emergenza educativa” come si è riconosciuto invece per l’emergenza sanitaria.
Emergenza che invece vi è eccome, basta pensare alle implicazioni didattiche di questo modo di insegnare, agli impatti che questo nuovo metodo ha sull’apprendimento e sullo stato emotivo di studenti e professori.
La colpa non è di nessuno in particolare, come ogni cosa si tratta di un insieme di fattori, tra i quali sicuramente anche la mancanza di voglia e di impegno di noi ragazzi.
La soluzione non so quale possa essere, mi auguro però di poter tornare il prima possibile a scuola, a patto che questo passaggio avvenga con tutte le precauzioni, in sicurezza e senza voler strafare. Ci troviamo in un periodo buio dell’umanità e mi sembra sbagliato azzardare un ritorno a scuola senza le giuste precauzioni, con il pericolo di una nuova diffusione di massa del virus. 

 

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