L’avvento del coronavirus e le conseguenti restrizioni imposte hanno portato le famiglie italiane a vivere una situazione inconsueta che ha obbligato, di fronte alla convivenza forzata, alla ricerca di adattamenti. È così che dopo il decreto emanato per evitare il contagio, mogli e mariti, genitori e figli, si sono ritrovati a condividere gli stessi spazi 24h su 24 giungendo, dopo iniziali forti tensioni, al raggiungimento di un equilibrio. Dopo le complicanze delle prime settimane, la situazione è progressivamente cambiata, portando, oltre a un cambiamento nelle relazioni conviviali, a un lento cambiamento individuale. La routine e le abitudini quotidiane sono infatti per ciascuno cambiate e, se da una parte qualcuno durante il periodo di reclusione in casa ha approfittato del tempo a disposizione per iniziare un’attività rimandata da tempo dall’altra qualcuno ne ha invece approfittato per trarre una pausa dallo stress lavorativo. Qualunque cambiamento abitudinale il virus abbia comunque portato o quanto più o meno abbia sconvolto la nostra quotidianità, le impossibilità dettate dal Covid-19 hanno tuttavia per certo accompagnato ciascuno di noi verso un momento di riflessione.  Sono infatti proprio le impossibilità e le morti arrecate da esso che, facendo aprire gli occhi sulla precarietà umana che ci appartiene, stanno inducendo alla riscoperta di alcuni valori perduti. Mentre l’economia, l’imprenditoria, il lavoro si piegano davanti al contagio, a risorgere è una nuova responsabilità, perché è davanti a questo flagello che si comprende quanto rinunciare ai propri capricci, e decidere di non uscire di casa o indossare la mascherina per limitare il contagio sia assai più importante della propria volontà egoistica. In questo modo la pandemia sta via via infondendo in tutti il valore della solidarietà ma soprattutto, con il cospicuo numero di perdite umane, sta imparando ad apprezzare il vero valore della vita. Credo che infatti, dopo un momento di così forte vicinanza alla precarietà della vita, il Covid-19 farà uscire ciascuno di noi, oltre che con nuove abitudini con una nuova importantissima consapevolezza, quella dell’incertezza del presente. Se allora, prima della venuta inaspettata del virus, tutto veniva dato troppo spesso per scontato, penso che al termine dell’epidemia ognuno, ben conscio dell’imprevedibilità del futuro, imparerà ad apprezzare maggiormente la certezza del presente e a cogliere, come già diceva nel I secolo a.C. Orazio, la certezza dell’attimo.

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