È facile capire cosa rimarrà alla fine della nostra storia globale; quella individuale, è infatti, nella maggior parte dei casi tralasciata. Basta aprire un libro di scuola, per accorgersi di come non si parli di stati d’animo, sensazioni, inferiorità, ma di date, alle quali vengono associate delle azioni compiute nel lasso di tempo identificabile tra quelle cifre.

Questo è ciò che rimane, i numeri.  Questa considerazione sicuramente non suscita molta felicità, soprattutto se pensiamo che invece passiamo la maggior parte dei nostri momenti, soprattutto i più felici, senza concretizzarli, senza “convertirli in numeri”. Quando poi però la nostra esistenza fisica termina, lascia spazio a delle date, di un inizio e di una fine degli eventi, senza dare nessuno spazio alle sensazioni e ai sentimenti che si sono provati in quei momenti. 

Non possiamo incolpare nessuno, le emozioni sono destinate ad affievolirsi per poi svanire del tutto, e ancora ripresentarsi e ricominciare il ciclo. Anzi, credo che più cerchiamo di tenercele strette, più le roviniamo. È sicuramente difficile abituarsi a lasciare che lentamente se ne vadano via, credo che nessuno lo impari mai, anche dopo una vita intera.

Questo per dire di come anche dopo questa spiacevolissima esperienza, tutte le sensazioni che stiamo provando ora, verranno dimenticate, perché nessuno può davvero concretizzarle. Lasceranno spazio ai numeri, numeri che racconteranno il lasso di tempo nel quale ha preso piede l’epidemia, la quantità di persone contagiate, i guariti, i morti.

Numeri che racconteranno di una vicenda, evidenziandone i nitidi contorni, senza però mostrare cosa questa ha realmente provocato agli animi delle persone.

L’unico modo che abbiamo, anche se verosimilmente temporaneo, per mantenere ancora un po’ di tempo la concezione dei nostri sentimenti al mondo, è condividerli con qualcun altro.

Questo concetto sta in piedi soltanto se c’è un’andata e un ritorno, cosa che ancora possiamo fare, seppur in modo limitato e digitale.

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