Da sempre gli artisti hanno fatto fatica ad essere considerati lavoratori. L’immagine dell’arte è cambiata nel corso dei secoli, e con lei la sua autorità. Percorrendo velocemente la storia dell’arte studiata a scuola è facile ricordare che di certo l’arte rupestre non era considerata un’attività da ripagare, ma non molto dopo invece, si iniziarono a barattare articoli artigianali come vasi decorati ed utensili, con beni di prima necessità. Molto più avanti poi c’è l’evidente esempio del mecenatismo, dove l’artista non era di certo al potere, ma veniva pagato e trattato con riguardo. Ci sono poi stati molti pittori “scoperti” artisti solo dopo la morte, o in tarda età. Ma in linea generale, nel tempo, sempre più discipline sono state riconosciute come artistiche, e l’artista in sé ha nei secoli scalato la piramide sociale, ed ora un cantante conosciuto può facilmente essere definito “idolo” da migliaia di ragazzini.

Ai giorni nostri l’arte è anche facilmente reperibile, basta aprire un PC, accendere lo smartphone, o la TV. La maggior parte dei contenuti oramai è visualizzabile in streaming, perfino ciò che, come l’opera, o il teatro, andrebbe per definizione apprezzato dal vivo. Ciò su cui si focalizza questo articolo, è il lato economico di questa nuova era di intrattenimento: quella on demand.

Spotify, Netflix, YouTube, Sky.. sono centinaia, forse migliaia le piattaforme di streaming presenti sul mercato ad oggi, per tutti i gusti. Ma quanto davvero retribuiscono i creatori?

Prendendo l’esempio di Netflix, tutti abbiamo quell’amico che al suo account ha collegato una dozzina di persone condividendo loro le credenziali di accesso, così che la quota mensile per ognuno, si riduca moltissimo, pur essendo già molto ridotta. Questo dovrebbe nuocere a tutti gli attori, produttori, creators in generale, ma io credo che invece “impoverire” Netflix vada a discapito soprattutto di quei fondi che potrebbero arrivare ai contenuti meno popolari, poco pubblicizzati, che da soli non riuscirebbero a raggiungere la fama di quelli più finanziati, e ai creatori di questi.

Ad un attore di fama internazionale quel account con undici persone di troppo, non intaccherà, ma bensì lo farà per quegli artisti meno conosciuti che meriterebbero almeno un’occasione di potersi far conoscere. Lo show business è qualcosa di complesso che non riesco a capire a pieno, ma sicuramente un maggior controllo riuscirebbe a far emergere la meritocrazia, in primis.

Questo discorso è identico per la musica, prendendo l’esempio di Spotify, che quasi tutti hanno “craccato”: se ognuno di noi spendesse quei pochi euro mensili, anziché raggirare la piattaforma agendo illegalmente, gli artisti che più amiamo, soprattutto quelli di nicchia, riceverebbero i riconoscimenti meritati.

Pertanto credo che l’unica soluzione sarebbe quella di una politica un po’ più minuziosa che non permetterebbe di visualizzare contenuti privati senza pagarli, ma che allo stesso tempo, aumentando per forza di cose gli iscritti, potrebbe far diminuire leggermente l’ammontare mensile, annuo, ecc.

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