L’Africa possiede una grande quantità di risorse, come diamanti, oro, ferro, cobalto, uranio, argento, bauxite, petrolio ma le sue immense risorse sono state sfruttate da gruppi che hanno colonizzato i territori. Il “flagello delle materie prime” ha messo il continente africano nelle mire delle potenze mondiali come gli Usa, la Francia, il Regno Unito e oggi anche la Cina. Una delle questioni centrali legate alla diffusione delle energie rinnovabili è quella della crescente necessità di batterie, la disponibilità di queste in cui immagazzinare energia è fondamentale anche per un altro mercato in grande espansione come appunto quello delle auto elettriche. L’Africa è l’unica area geografica ove la produzione di petrolio è quadruplicata negli ultimi 40 anni. Approssimativamente il 20% del fabbisogno americano e il 25% del fabbisogno cinese arriva dall’Africa, l’intero continente consuma solo il 3,7% del petrolio mondiale. Le grandi compagnie petrolifere (Shell, ENI, ExxonMobil, Agip, Chevron, BP, Total, PetroChina) hanno incrementato i propri interessi predatori verso il petrolio africano per motivi come la posizione geografica dei molteplici giacimenti con conseguente riduzione dei costi di trasporto; i molti giacimenti offshore, poiché esentano dai problemi con le popolazioni locali e con possibili ingerenze politico‒militari; infine, la migliore qualità del petrolio africano, che riporta percentuali di solfuri minori rispetto a quello estratto in Medioriente. Si ha uno scenario dove quasi tutti i costi delle attività estrattive sono sopportati dalle comunità locali, mentre tutti i vantaggi e la maggior parte dei profitti finiscono nelle mani di centri oligarchici. Un business che ha, come premessa e risultato, il controllo e lo sfruttamento delle risorse e delle materie prime di ben 44 dei 54 Stati africani. Oro, diamanti, petrolio e gas sono al centro di corruzione, guerre, colpi di stato, riciclaggio di denaro sporco e catastrofi ambientali.  Secondo una stima dell’ONU, circa 50 miliardi di dollari vengono inghiottiti ogni anno dai flussi finanziari illeciti che fanno capo a società offshore. Il 70% della popolazione africana vive con meno di 1 dollaro al giorno, un continente già abbondantemente martoriato da guerre civili, instabilità politica e regimi corrotti il cui scopo è garantire alle multinazionali il libero accesso allo sfruttamento delle materie prime in cambio del proprio arricchimento. L’impennata nella domanda di batterie implica, a monte della catena del valore, una richiesta crescente delle materie prime necessarie a produrle, come il litio e il cobalto. Alcuni Paesi africani sono particolarmente ricchi di questi metalli: dal Congo, per esempio, proviene oltre il 60 per cento dell’attuale produzione globale di cobalto, mentre lo Zimbabwe è il quinto produttore al mondo di litio. Una disponibilità di risorse che spinge gli operatori del settore, dalle grandi società minerarie ai produttori di batterie, sempre più desiderosi di controllare in prima persona l’intera filiera, a mantenere una propria presenza in loco. Prima di tutto, è indispensabile prendere atto che dei Paesi africani sono ancora molto diffuse rappresentazioni stereotipate, mentre la realtà del continente è molto più complessa, basti pensare che oggi metà della popolazione del continente non vive in remoti villaggi rurali, ma in aree urbane e il potenziale di crescita, specialmente di alcuni Paesi, dalla Costa d’Avorio al Ruanda all’Etiopia, è già oggi notevole. Gli imprenditori africani dimostrano di avere idee, motivazione, competenze, e un forte interesse a entrare in contatto con interlocutori europei, un potenziale che, senza ignorare le difficoltà del caso bisogna cercare di mettere a frutto, con vantaggio di tutte le parti coinvolte. L’Africa non è povera, ma ricca, poco rimane all’Africa di questa ricchezza, però, se i Paesi africani hanno indubbi benefici dagli investimenti stranieri, dovrebbero poter regolamentare questi flussi finanziari tramite leggi che oggi non hanno. Al contrario, alle multinazionali viene permesso di razziare legalmente molto di ciò che ricavano dal continente, attraverso i paradisi fiscali. Secondo un’inchiesta di Al Jazeera, i cosiddetti “flussi finanziari illeciti” superano il 6% del Pil dell’intero continente, tre volte più di quanto l’Africa riceva in aiuti, senza contare i 30 miliardi di dollari che queste società rimpatriano: tutti profitti fatti in Africa ma prontamente trasferiti a casa madre, gestiti dalle piazze finanziarie europee, americane e, da poco, orientali. Non solo, circa 29 miliardi di dollari all’anno vengono razziati all’Africa con i disboscamenti, la caccia e la pesca illegali e il danno che la società e l’economia africana sopportano a causa della lotta ai cambiamenti climatici ammonta a 36 miliardi. Gli africani non possono utilizzare i combustibili fossili per svilupparsi così come ha fatto storicamente l’Europa, la crisi climatica non è stata favorita né innescata dagli africani, ma sono loro a pagarne gli esiti più dei tutti gli altri. Il filosofo Leif Wenar, nel suo libro Blood Oil, descrive un fenomeno che chiama “maledizione delle risorse”, sostenendo che nei Paesi in cui la presenza di risorse naturali è alta lo è anche la possibilità che si scateni un conflitto. E’ esattamente ciò che avviene nel continente africano: molto spesso, dietro quelle che vengono definite guerre etniche o religiose o guerre per il potere, ci sono interessi particolari, economici e di sfruttamento del territorio che si insinuano tra le cause dei conflitti, ne influenzano l’intensità e la durata e ne impediscono la conclusione finché le varie fasi di estrazione, lavorazione e commercio della risorsa contesa non vengono regolate da specifici sistemi, nazionali e internazionali, coadiuvati da apparati di controllo. E anche questo, a volte, non è sufficiente.

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