Il termine “femminicidio” identifica l’uccisione di una donna. Si tratta di un termine relativamente nuovo, entrato a far parte del vocabolario italiano solo a partire dal 2001.

Prima del 2001, l’unica parola esistente di significato analogo era “uxoricidio”. Tuttavia però, la radice latina uxor (moglie) limitava il significato del termine all’uccisione di una donna in quanto moglie o, più in generale, all’uccisione del coniuge, dal momento che il termine veniva utilizzato anche per gli uomini. La coniatura del termine “femminicidio” ha consentito, invece, di identificare l’uccisione di una donna proprio “in quanto donna”. Identifica un fenomeno molto più ampio che include una molteplicità di condotte, quali: maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa o ancora economica, agite

prevalentemente da uomini, in ambito lavorativo, familiare o sociale. Nel loro insieme, quindi, si fa riferimento a comportamenti che minano la libertà, la dignità e l’integrità di una

donna, e che possono culminare nell’omicidio, nel tentativo di uccisione o in gravi forme di

sofferenza. È quindi “femminicidio” tutto ciò che implica un odio verso l’universo femminile

“proprio perché tale”. Secondo i dati ISTAT le donne vittime di omicidio volontario nell’anno 2018 in Italia sono state 133, lo 0,43 per 100.000 donne.

Una chiave di lettura in termini di violenza di genere è fornita dall’esame della relazione tra gli attori dell’omicidio.

Delle 133 donne uccise nel 2018, l’81,2% è stata uccisa da una persona conosciuta. In particolare, nel 54,9% dei casi dal partner attuale o dal precedente (dal partner attuale 47,4%, corrispondente a 63 donne, dal partner precedente 7,5%, pari a 10 donne), nel 24,8% dei casi (33 donne) da un familiare (inclusi i figli e i genitori) e nell’1,5% dei casi da un’altra persona che conosceva (amici, colleghi, ecc.) (2 donne).

La Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale Onu identifica la violenza contro le donne come uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini pertanto, ancora oggi, il motore di questa forma di violenza può essere rintracciato nella disparità dei rapporti tra i sessi.

Una forma particolare di femminicidio è costituita dalla violenza domestica, un fenomeno molto diffuso ma purtroppo ancora in gran parte sconosciuto e sottovalutato, che riguarda tutte le classi socio-culturali ed economiche, senza distinzioni di età, credo religioso o razza.

Il termine violenza domestica indica quel tipo di violenza praticata dal partner della vittima, il quale, indipendentemente dal luogo in cui agisce la violenza e dalla forma che essa assume, mira ad assumere il potere all’interno della relazione maltrattando, umiliando, minacciando e svalutando la donna fino ad arrivare a volte all’omicidio. La violenza domestica, quindi, alla stessa stregua di altre forme di violenza, è fortemente correlata al concetto di potere: il suo vero obiettivo non è esclusivamente quello di provocare dolore o sofferenza fisica alla donna, quanto piuttosto quello di sottometterla, umiliarla, piegarla ed ingessarla dentro mille forme diverse di paura.

Un fenomeno ancora più sconcertante è il cosiddetto “baby femminicidio”.

Alcune ricerche mostrano, infatti, come l’aumento delle ragazze uccise dipenda non più dalla mano di familiari, ma di fidanzati che già dall’età di 11 anni arrivano ad uccidere la propria partner.

La ragazza adolescente non ragiona in termini di pericolosità ma di affettività, spesso spinta anche dalle dinamiche di ribellione genitoriale che caratterizzano questa delicata fase di sviluppo. La facilità con cui un’adolescente viene influenzata dal gruppo di coetanei e l’atteggiamento adottato nei confronti della violenza, inteso come atteggiamento di sfida o come ridotto timore della pericolosità, possono portare le ragazze a sottovalutare il rischio e a mettersi in condizioni pericolose in misura maggiore rispetto alle donne adulte.  

Una chiave di lettura in termini di violenza di genere è fornita dall’esame della

relazione tra gli attori dell’omicidio.

Per fermare la strage delle donne cosa si potrebbe fare? Troppa retorica e pochi fatti e purtroppo sono tante le donne che non denunciano gli uomini colpevoli della violenza, e preferiscono subire in silenzio lo sfregio, fino a mettere continuamente a repentaglio la propria vita.

Forse l’unico modo è farsi, tutti e senza semplificazioni, una domanda preventiva: “Si può riconoscere in anticipo un uomo tendenzialmente violento”? Assolutamente si: è geloso fino all’ossessione, Cambia spesso umore, Manipola la realtà, scarica sulla compagna qualsiasi colpa, inizia con le spinte, poi passa allo schiaffo sulla guancia, e poi ai ceffoni pesanti. Una vera spirale di violenza, da bloccare immediatamente, senza se e senza ma. Dal primo segnale è necessario allontanarlo subito, in modo perentorio, senza dargli una seconda chance, senza fare sconti e senza pietismo. Questa è la prima barriera anti-violenza che le donne, già quando sono ragazze e perfino bambine, devono alzare.

E se non si riesce a risolvere il problema della violenza all’interno delle mura domestiche, si deve chiedere aiuto chiamando il 112, oppure ricorrendo al numero verde 1522, attivo 24 ore su 24.

Non bisogna aspettate troppo prima di farlo: se non altro gli servirà come lezione.

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