Il grido disperato dei cittadini di Hong Kong

I fatti di Hong Kong ci sembrano molto lontani e vengono trattati nei notiziari in modo affrettato, cogliamo in genere soltanto la parte più minacciosa, le vetrine spaccate, la confusione, e ci chiediamo “ma che vogliono?”.

Nella realtà un intero popolo, oggi relativamente libero, teme di essere collocato all’interno di una dittatura per effetto di un contratto stipulato da parti terze che i cittadini non sono stati chiamati a sottoscrivere. Una legge che rischiava di limitare gran parte della loro libertà è stata osteggiata in modo forte e deciso, soprattutto da un gran numero di giovani, ma anche dalla maggior parte della popolazione. Una volta ottenuto il ritiro di quella legge ritenuta ingiusta, i manifestanti hanno continuato a chiedere libertà e indipendenza, che permetta loro di mantenere l’attuale tenore di vita di stampo decisamente “occidentale”.

Hong Kong è oggi uno Stato piccolo, ma molto popoloso, di componente multietnica, che vede concentrata sul suo territorio un’enorme mole di affari, poiché lì si sono stanziate tante multinazionali che operano in ogni campo economico (molte ditte italiane hanno delocalizzato lì la parte logistica delle loro imprese per essere più vicini alla parte produttiva cinese).

Quindi questa problematica che ci sembra estranea e lontana va seguita con attenzione perché, innanzi tutto in un villaggio globale è difficile disinteressarsi di una parte del tutto, e perché questo conflitto apparentemente interno può avere ripercussioni tra stati di maggiore spessore, sempre pronti a scontrarsi sul piano economico (Stati Uniti-Cina). Infine non dovremmo mai rimanere sordi al grido di libertà che si alza in ogni parte del mondo.

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