Hong Kong nasce come colonia britannica dopo essere stata strappata, nel 1842, all’Impero cinese successivamente alla guerra dell’Oppio. I britannici, che inizialmente controllavano solo l’isola di Lantau, si espansero negli anni seguenti sulla terraferma e nel 1898 ottennero dalla Cina la cessione per 99 anni dei territori che corrispondono all’attuale Hong Kong. Hong Kong, che per decenni rimase sotto il controllo del Regno Unito, escluso il periodo della Seconda guerra mondiale, godette di un’economia aperta al capitalismo; il sistema scolastico era modellato su quello inglese, così come quello giuridico e legislativo. Nel 1979, con la scadenza della cessione che si avvicinava, l’allora governatore britannico di Hong Kong, Murray MacLehose, chiese al presidente cinese Deng Xiaoping, il quale desiderava la restituzione della Cina, come la si dovesse affrontare. Nel 1984 il primo ministro cinese e quello britannico firmarono a Pechino la Dichiarazione congiunta sino-britannica: tutti i territori di Hong Kong sarebbero tornati a far parte della Cina a partire dal primo luglio 1997; la stessa si impegnava, tuttavia, a non instaurare immediatamente il sistema socialista, lasciando invariato il sistema economico e politico della città per almeno 50 anni (fino al 2047). La Legge Fondamentale di Hong Kong, scritta dopo il passaggio delle consegne tra Regno Unito e Cina, stabilisce anche che la città abbia “un alto grado di autonomia” in tutti i campi eccetto la politica estera e la difesa: se da una parte viene ribadita l’unità nazionale della Cina, dall’altra viene riconosciuta la diversità di Hong Kong, contraddistinta da un proprio ordinamento giuridico, politico e legislativo e da un diverso sistema economico. Ciò nonostante la Cina nel tempo ha infiltrato il sistema economico di Hong Kong; Il Partito comunista cinese ha cercato di rafforzare la sua presa sul sistema politico e giudiziario. Il primo luglio 2014, durante le celebrazioni per l’anniversario della restituzione della città alla Cina, a Hong Kong venne organizzata una manifestazione per chiedere più autonomia: fu l’inizio della “Rivoluzione degli ombrelli” (nome derivante dagli ombrelli utilizzati dai manifestanti per difendersi dagli spray al peperoncino e dai gas lacrimogeni utilizzati dalla polizia). Le proteste, d’impronta pacifista, iniziarono a fine settembre; si andarono poi ad allargare sempre più e le stesse richieste aumentarono: più autonomie, libertà democratiche e le dimissioni del governatore Leung Chun-ying, ritenuto troppo vicino alla Cina. Dopo 79 giorni di occupazione, l’11 dicembre, il centro delle proteste (la zona dell’Ammiragliato) venne sgomberata dalla polizia, segnandone di fatto la fine. Nel giugno del 2015 il Parlamento di Hong Kong respinse la legge elettorale proposta dalla Cina; nonostante questo, la stessa continuò a far pesare la sua influenza. Tutto ciò è fondamentale per capire cosa sta succedendo oggi. Le nuove manifestazioni sono cominciate all’inizio di giugno e inizialmente riguardavano l’emendamento a una legge sull’estradizione che, se approvato dal Parlamento locale, avrebbe consentito di processare nella Cina continentale gli accusati di alcuni crimini gravi, come lo stupro e l’omicidio. Secondo i movimenti e molti gruppi che difendono i diritti umani, l’emendamento sarebbe stato un primo passo verso l’ingerenza cinese nel sistema giuridico di Hong Kong e avrebbe consentito alla Cina di usarlo contro i suoi oppositori perché nulla avrebbe impedito al regime di inventare accuse allo scopo di estradare qualcuno. Ad aprile c’erano state alcune prime manifestazioni diventando, a giugno, di massa con migliaia di persone in strada. Il 15 giugno Carrie Lam, la nuova governatrice vicina soprattutto alla Cina, annunciò la sospensione dell’emendamento; tuttavia le proteste non si fermarono e si sono trasformate oggi in una aperta ribellione contro la Cina chiedendo libertà e autonomia. Numerosi sono stati i simboli delle proteste: i manifestanti sono scesi in città muniti di occhiali per proteggere gli occhi dagli spray urticanti, di elmetti contro i proiettili di gomma e gli sfollagente, di maschere e bandane per nascondere il viso alle telecamere di sorveglianza; sono stati usati anche puntatori laser. Nell’ultima settimana in ogni caso gli scontri tra manifestanti e polizia sono già diventati più violenti. Uno dei più recenti simboli delle proteste sono le bende sull’occhio macchiate di rosso indossate da molti partecipanti alle manifestazioni nate dal danno procurato ad una donna, gravemente ferita all’occhio destro, da un tipo di proiettile non letale usato dalla polizia. Questa ha ammesso che gli agenti hanno in dotazione quel genere di proiettile ma ha detto di non sapere se quello che ha colpito la donna sia stato sparato da un agente. Oggi, dopo due settimane di pausa elettorale, la protesta pro-democrazia è tornata in piazza a Hong Kong a sfidare la polizia segnata dalla trionfale vittoria alle urne: i manifestanti si sono radunati sventolando bandiere Usa e striscioni che fanno appello a Donald Trump. Recitano alcuni: “Trump per favore libera Hong Kong”, “Make Hong Kong Great Again”. Al di là del possibile intervento statunitense, Hong Kong, come emblema di libertà e di opposizione ad ogni tipo di sottomissione, dovrebbe sostenuta da tutta la comunità mondiale.

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