Siamo a Hong Kong ( o, come a molti piace chiamarla, la “città speciale”), la metropoli asiatica abitata da più di sette milioni di persone e considerata il polmone finanziario di tutta la Cina e non solo. Tuttavia, quest’ultima definizione, ormai da qualche tempo, non gli si addice più. Ecco perché.

Nel 1984, Cina e Regno Unito giunsero a un accordo, che vedeva la restituzione di Hong Kong alla Cina e l’autonomia della megalopoli fino al 2047. Tale autonomia prevedeva un’economia diversa, un sistema scolastico diverso e, soprattutto, un sistema giuridico e legislativo diverso. Per cui, Hong Kong ha un modo differente di processare i condannati. E’ proprio su questa divergenza che si basano le continue proteste, dal 9 giugno 2019, contro un emendamento alla legge sull’estradizione. Secondo questo emendamento, i colpevoli di reati come stupro o omicidio dovrebbero essere processati nella Cina continentale. Tuttavia, queste innumerevoli rivolte stanno causando scompigli nell’isola, oltre che feriti e morti, e nocciono alla sua economia. Si calcola che, dall’inizio delle proteste, il PIL (Prodotto Interno Lordo) sarebbe sceso del 3,2% e il turismo sia calato del 38%. Senza contare che tutto questo disordine sta compromettendo anche i mercati globali, di cui Hong Kong è la protagonista indiscussa.

Insomma, tali atti non stanno portando a nulla di concreto, anzi, si sono viste più vittime che risultati. Bisogna cercare di risolvere le divergenze senza violenza, altrimenti a risentirne saranno sia Hong Kong che il resto della Cina.

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