Tutti i giorni si accede a diversi siti e ci si crea un profilo su uno di essi.  Sulle varie piattaforme, se si sceglie di registrarsi con un nickname, si ha una nuova identità. Sotto questa nuova identità si possono fare sia commenti intelligenti che critiche pesanti. Purtroppo però, visto l’uso sconsiderato e offensivo di questo nickname, il governo ha deciso di imporre una nuova regolamentazione, il “chokepoint”. Esso si combina con i requisiti di identificazione online e conservazione di dati, in modo tale da presentare l’anonimo difficile da usare e illegale in alcuni paesi.

Ma questa sarà davvero una giusta scelta? Iniziare a richiedere troppi dati personali potrebbe portare le persone ad abbandonare l’idea di iscriversi online e, probabilmente, anche ad imbrogliare. Quindi passare ad una stretta sorveglianza peggiorerebbe solo le cose. L’anonimato comunicativo è una parte sostanziale della libertà in uno stato democratico e  uno strumento fondamentale per coloro che cercano la libertà da stati non democratici. Per punire gli individui che generano solamente cyberbullismo e insultano come codardi dietro ad uno schermo, basterebbe risalire attraverso l’IP e rintracciare il colpevole. I reati esistono e non basta nascondersi dietro ad uno schermo per evitarli. Inoltre restringere la libertà online non porterà a nulla di positivo se non al togliere un diritto.

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