Fin dal primo Ottocento l’uomo si interrogava su cosa fosse la realtà e su cosa fosse l’apparenza, “persona” in latino significa letteralmente “maschera d’attore” ed indica il ruolo che viene recitato dall’uomo durante la vita di tutti i giorni, l’uomo è costretto a recitare e ad indossare una maschera per farsi accettare dalla società in cui vive. Un calzante esempio è il concetto che Pirandello vuole mettere in primo piano nella sua opera più famosa, “Il fu Mattia Pascal”, è la ricerca continua della propria identità la quale non è possibile individuare poiché in ogni individuo vi sono più personalità, l’autore sostiene la presenza di più maschere che l’essere umano cambia e ricambia a seconda del luogo, della circostanza in cui si trova. L’arte pirandelliana sostiene l’assurdità insita nel voler scoprire la verità a partire dalle apparenze esteriori, dalle impressioni fuggevoli, mentre essa sfuggirà sempre, rimanendo per noi un eterno mistero.  Nella nostra vita anonima infatti assumiamo svariati aspetti senza avere una personalità ben definita, ma essa si sfalda e si cambia continuamente, spinta dalla legge del divenire universale verso aspetti sempre diversi, Pirandello indaga costantemente la natura dell’uomo e nei suoi romanzi lo pone continuamente sulla soglia del dubbio, per spingerlo a trovare sé stesso. Purtroppo la tentazione di rimettersi addosso la maschera incombe, perché tale ricerca è particolarmente faticosa e difficile, dunque spesso le si preferisce la stabilità, tendendo a rifugiarsi nuovamente dietro a una copertura, di fatto egli vorrebbe esprimere la propria interiorità, il profondo del suo essere, ma è bloccato dal timore del giudizio degli altri, dalla società, dall’insicurezza. Questo tema è di stringente attualità in quanto con l’aumento della possibilità di comunicazione sul web si hanno più modi di apparire, differenti situazioni e un mondo pronto a giudicare ma che teme a volte rivelare la vera immagine di sé. Scrivere, ad esempio, un blog in modo anonimo può diventare il modo migliore per condividere idee e pubblicare pagine web senza che sia possibile per qualcuno risalire alla propria identità, senza quindi rischiare di essere riconosciuto per certe idee politiche o per opinioni particolarmente scomode. Quando poi invece non si usa il proprio vero nome per andare a intaccare la privacy di qualcuno o per agire in modo violento (sul web la violenza psicologica è molto frequente e non da sottovalutare), si abusa di quella che invece potrebbe essere un’opportunità offerta dallo sviluppo e dal perfezionamento della tecnologia. Non è illegale, infatti, creare un account falso su Facebook o altri siti, ma resta comunque reato e si può essere rintracciati se questo account viene utilizzato in modo criminale o per molestare o insultare altre persone. Non è fondamentale quale modo di iscrizione di sceglie ma capire come poi usare il proprio profilo nel modo migliore, oggi l’umanità si trova a vivere frequentemente un alto grado di menzogna, ad ideare stratagemmi macchinosi per ottenere risultati, avvalendosi di atteggiamenti fittizi che possono nascondere i veri interessi.  Pirandello ci insegna che essere noi stessi implicherebbe accettare il peso del confronto, dibattere, affrontare conflitti e sperimentarne i danni, mettere in discussione le proprie idee con il pericolo che vengano demolite, da ciò deriva che l’uomo trova più facile e meno rischioso occultare il proprio volto dietro una maschera, vivere ai margini della mediocrità, senza abbracciare apertamente alcuna posizione. Chi non si mostra non ha il pericolo di perdere, dato che appare inattaccabile su ogni fronte, chi non si mette in gioco non può stabilire autentici legami con l’altro, ma allo stesso tempo è in grado di adagiarsi sulla quiete quotidiana. La realtà attuale non sempre offre una visione che trasmette sicurezza: costretto e gettato in un mondo mutevole e dall’esponenziale velocità, l’uomo si trova a sottoporre sé e il prossimo a continue rivalutazioni, a mostrarsi diversamente nei vari contesti per poi chiedersi alla resa dei conti: “Chi sono io? Quale delle infinite figurazioni di me stesso? E gli altri come mi vedono?” Viviamo in un mondo in cui le maschere ci appaiono quasi necessarie per fronteggiare situazioni, in una realtà in cui l’estrema labilità delle relazioni non permette facilmente di acquisire la conoscenza di chi ci sta attorno e di contro nemmeno di noi stessi.  Ma cosa rimane allora all’uomo se non può conoscersi e conoscere il mondo? Quale via d’uscita gli si pone davanti in una realtà fatta di apparenze e finzioni? L’ammissione e l’accettazione dei cambiamenti in sé e negli altri, la consapevolezza che «una realtà non ci fu data e non c’è […] una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile», come direbbe Pirandello, è il tentativo di essere, per quanto possibile, più sinceri con il proprio io e con chi è difronte a noi. Credo che, quando è possibile, è il momento di abbandonare le maschere e tentare di mostrare la nudità del proprio volto.

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