Tra i vari motivi per i quali mi considero un’adolescente fortunata, c’è quello di essere cresciuta in una famiglia in cui la parola “razzismo”, non è mai stata un tabù, o un terrore; ma bensì un concetto da conoscere, ed elaborare, per agire poi, di conseguenza. Sin dai primi ricordi che ho, infatti, non si è mai evitato come argomento, poiché i miei genitori, e li ringrazio ora che mi rendo conto del fatto che non abbiano fatto qualcosa di ordinario, lo hanno sempre ritenuto importantissimo, lasciandomi formare un mio pensiero proprio a riguardo.

Considerare una “categoria” di persone inferiore ad un’altra “categoria”, la propria, è secondo me come credere che i cereali sottomarca che compra il vicino di casa, siano di qualità inferiore a quelli della marca nota, che, a prezzo raddoppiato, compriamo noi, senza neanche andare a domandarci se poi, per caso, il centro di produzione sia esattamente lo stesso.

All’inizio infatti, durante le mie prime riflessioni, ingenue, di bambina, mi domandavo come un essere umano potesse essere così sciocco da credersi maggiore di un altro, solo in base alla lingua che parlava, al colore della propria pelle, o alla forma degli occhi. Ed è così che per natura siamo: ingenui e buoni. Ma poi arrivano “i grandi”, arriva la tv, arriva la parola di troppo sfuggita al genitore, e quel bimbo, ingenuo e buono, fa i capricci se ha come compagna di banco la bambina nera, e da così poco, si innescano le catene di montaggio di pregiudizi, che, senza degli insegnamenti di base, difficilmente con la crescita se ne vanno, anzi, spesso, maturano.

“Non sono razzista, però…” con questa frase, iniziano tutti. Tutti quelli che, dato il modo, secondo me inefficiente, in cui viene fatto del vero e proprio terrorismo psicologico, riguardo questo aggettivo, pur appartenendogli, cercano di tirarsene fuori. Questo accade poiché c’è poca divulgazione di quanto sia ampia la sfera in questione. C’è ancora chi, in Italia, sostiene che “neg*o” non sia offensivo, quando basterebbe farsi solo una rinfrescata di storia. C’è poi chi, in televisione, prima serata, in un programma di imitazioni, ha truccato il proprio corpo ed il proprio viso di marrone, per interpretare una canzone di una persona nera, e alle accuse, a parer mio giustificate, di blackfacing, si è permesso di dire che ciò non era offensivo. Non può esistere una situazione del genere, non può essere accettabile: non si può decretare cosa sia offensivo per qualcuno diverso da noi stessi. Davanti a queste situazioni, paradossalmente, tendo ad apprezzare chi ammette di esser ciò che è, poiché, anche se con un’idea completamente distante dalla mia, almeno, non c’è la vigliaccheria e la vergogna davanti ai propri pensieri.

Quando sento infatti dire che l’Italia non è razzista, rabbrividisco. L’unico appunto è che forse, se non voglio considerare il nostro un Paese del genere, è perché magari siamo in una fase nuova del razzismo, da poterla forse rinominare, in cui le condanne, per esser solo provenienti da un Paese sfortunato ed impoverito, anche dagli sfruttamenti da noi causati, o magari, per avere un po’ di melatonina in più di altri, non sono la morte o la tortura fisica, ma bensì le parole, i bisbigli, le occhiatacce, gli insulti.

Nel presente che vorrei star vivendo, le persone si fanno più i fatti propri, si tengono l’odio in tasca, senza mai tirarlo fuori, e si fa molto più caso alla bellezza di uno sguardo, che alla provenienza di chi lo indossa.

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