Ai nostri giorni è impossibile essere isolati.

Chiunque viva nella parte fortunata del mondo può sempre comunicare, scambiarsi dati e sapere ciò che avviene in un qualsiasi luogo. Ogni cosa è sempre a portata di mano, ogni informazione è reperibile con un semplice click. È tutto veloce e rapido, ma è gratuito?

Ogni servizio che si offre, soprattutto se molto utile, viene sempre retribuito. Allora non sembra strano che cose così utili come i mezzi di messaggistica istantanea e di rapida informazione come, cito i più famosi, Whatsapp e Google, siano “gratuiti”?

Eppure se mettessero anche una tassa di un euro al mese fatturerebbero miliardi. Perché non avviene?

Il mio parere è che questi mezzi siano tutt’altro che gratuiti, ma anzi, credo che li paghiamo con la cosa di più grande valore che il mercato di oggi possa richiedere: le informazioni personali dei consumatori. Le nostre informazioni personali.

Ognuno può pensare che una propria foto sia senza valore; eppure migliaia di aziende e società vogliono carpire da quella immagine tutte le abitudini e tutti i gusti del consumatore. In questo modo possono vendergli prodotti di cui magari non ha bisogno, ma che lo invogliano psicologicamente a comprare grazie allo studio dietro la pubblicità mirata per lui, realizzata grazie a quella foto.

Da dove arrivano, chi concede, chi svende, le nostre informazioni?

La risposta è ovviamente i social, che dispongono di un traffico di dati provenienti da tutto il mondo, immenso. Ma chi mette in mano ai sociali queste informazioni?

Noi stessi.

Chiunque abbia mai provato a scaricare un’applicazione sa perfettamente che per poterla installare vanno accettate molte pagine di “termini e condizioni d’uso”, scritti in un gergo spesso troppo legale e quindi quasi incomprensibili a chi non è del mestiere. Vi potrebbe essere scritto di tutto.

Le multinazionali tendono a minimizzare, garantendo che i loro sistemi sono sicuri e che ciò che viene trasferito coi loro sistemi di messaggistica rimane invisibile a chiunque. Cosa che mi suona alquanto strana se prendiamo come esempio il famosissimo social “Whatsapp”, dove una parte dei suoi termini dice esplicitamente:

 “ NON FORNIAMO ALCUNA GARANZIA IN MERITO (…) ALLA SICUREZZA O ALLA PROTEZIONE DEI NOSTRI SERVIZI”

Non sorprendono dunque gli scandali che si sono verificati nelle fughe di dati avvenute in questi colossi informatici e nemmeno il fatto che, se si parla di qualcosa su Whatsapp, è molto probabile ritrovarne la pubblicità mirata in un tutt’altro sito.

Chi dovrebbe tutelare la nostra privacy dunque?

Oggi, a 50 anni dalla nascita di internet, questo ha raggiunto livelli di espansione esorbitanti, da raggiungere tutto il globo, eppure proprio internet, che dovrebbe essere il simbolo della libertà di espressione e di informazione, è monopolizzato. Ci sono grandi colossi che controllano quasi il 100% della rete e dunque quasi il 100% delle nostre informazioni. Da questo verrebbe pensato che i nostri dati, essendo ufficialmente in mano a pochi eletti, siano più facili da proteggere e tutelare. Non è così. Proprio queste infatti lucrano sulle nostre informazioni, vendendole alle pubblicità e ai siti che vedono in noi solo dei consumatori, che devono mandare avanti quest’economia capitalistica. Inoltre queste vere e proprie aziende informatiche avendo tutti i nostri dati hanno anche un grandissimo potere su di noi, come, per citarne uno, il ricatto.

Nonostante quindi internet abbia ormai 50 anni è ancora lungi dall’essere regolamentato e protetto a dovere, anche per una mancanza da parte degli stati sovrani che non sono capaci di stare al passo con le nuove tecnologie e dunque di imporre regole e tasse ai grandi social che entrano di prepotenza nelle nostre vite, rendendocene schiavi.

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