Fin dalla nascita dei social network si è discusso sul problema della privacy degli utenti e con il globalizzarsi di questo fenomeno il tema è più che mai centrale. Innanzitutto, bisogna ricordare che al momento della creazione di un nuovo account vengono accettati i cosiddetti “termini e condizioni”, per cui siamo noi stessi ad acconsentire ad una riduzione della nostra sfera privata per poter entrare a far parte del sito web o social network. Dunque, sono gli utenti stessi che permettono ai server di utilizzare i loro dati, col risultato che vedono comparire sui loro schermi pubblicità personalizzate e post simili a ciò che generalmente gradiscono vedere sui social. Finché si parla di dati personali utilizzati per sondaggi o ricerche commerciali, la propria privacy rimane un bene negoziabile, anche perché avviene tutto grazie al consenso degli utenti. Tutt’altro discorso se si parla di diffamazione. Ciò che ha fatto il gruppo di riders, ossia i ragazzi che consegnano il cibo ordinato online, che ha stilato una blacklist di persone famose che non danno la mancia al momento della consegna, è invece una grave violazione della privacy, perché nessuno ha loro concesso il diritto di divulgare su Internet informazioni personali di altri individui con lo scopo di infamare la loro immagine. Inoltre non esiste nessuna legge che obblighi qualcuno, non importa quanto guadagni, a dare una mancia quando gli viene consegnato qualcosa. La privacy, quindi, deve essere qualcosa che le persone decidono di rendere pubblica e qualora essa venga violata senza il consenso del diretto interessato si deve parlare di reato, anche se riguarda il mondo di Internet.

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