Il 15 marzo in Nuova Zelanda sono morte 49 persone, uccise da 4 terroristi, 3 uomini e una donna, con armi da fuoco. Una notizia che non dovrebbe fare tanto scalpore, se si guarda esclusivamente il numero delle armi da fuoco private in Nuova Zelanda.

Infatti praticamente una persona su quattro possiede un’arma e non è l’unico paese in cui riscontriamo questa situazione.

Tralasciando gli Stati Uniti, con oltre 270 milioni di armi detenute e quasi 3 morti per arma da fuoco ogni 100000 abitanti, molti altri paesi abusano di quest’ultime: in Italia ci sono circa 7 milioni di armi, e meno di una persona uccisa ogni 100000 (uno dei valori dei più alti al mondo), Germania e Francia ne possiedono più di 20 milioni ciascuna.

In un mondo armato fino ai denti, questi episodi possono sembrare quasi normali, tralasciando l’etica umana ovviamente.

Il fatto che spaventa è che in quest’epoca ultra digitalizzata arriva prima un video di un’informazione.

È così è stato in Nuova Zelanda: l’attentato è stato commesso in diretta Facebook, che comunque ha contribuito subito a rimuovere video e foto del luogo dell’attentato.

E anche per questo si sta cercando di sviluppare al più presto un sistema basato sull’intelligenza artificiale che possa bloccare questi video. Soluzione che comunque non sembra molto efficace, in quanto gli uomini sono sempre più curiosi e un video diventa facilmente reperibile. Ma poi perché negare la visione di riprese reali? Sta a noi decidere ciò che può toccare l’opinione pubblica.

Quindi magari cerchiamo di bloccare prima messaggi di indottrinamento religioso, e poi se lo riteniamo necessario il video di una strage.

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