“La cosa più terrificante è accettare se stessi completamente” affermava Carl Gustav Jung, il padre della psicologia analitica, descrivendo un problema che affligge soprattutto i ragazzi:  il senso l’accettazione.
Stereotipi, ideali e modelli imposti da una società che favorisce l’omologazione dei tanti per far emergere i pochi.  Canoni di bellezza e comportamentali che elidono la personalità di ciascuno, la cui conseguenza è una costruzione di false identità, realizzate solo per plasmarci con gli altri. Ma questa necessità di apparire in un determinato modo portano il singolo a mettere in dubbio le proprie potenzialità e i propri pregi, rendendo difficile la propria accettazione. L’imitazione può essere quindi identificata come una causa di alcune azioni descritte usualmente con una connotazione negativa: tatuarsi, tingere o tutto ciò che volge a modificare il proprio corpo. Ma le ragioni possono essere dettate da motivazioni opposte, nonché il bisogno di distinguersi e di delineare la propria personalità: la ricerca di un segnale che ci permetta di essere identificati all’interno della massa. Abitudini che derivano da quelle di intere popolazioni che hanno fatto di ciò che noi consideriamo una trasgressione, una tradizione,  una componente essenziale della loro cultura; un’antichissima pratica comune diventata un fenomeno di massa che ci coinvolge sempre di più. 
Imprimere un segno indelebile sulla pelle alla stesso modo può essere il simbolo di un periodo della nostra vita, un’esperienza che riusciamo a vivere nuovamente, un’emozione che vogliamo provare ogni giorno, solo con un semplice sguardo. 
Persistono anche motivazioni sessuali e estetiche, identificabili rispettivamente in chi si tatua o realizza dei piercing in zone intime o particolarmente scoperte: l’indice di un carattere forte, determinato, combattivo e sensuale, opposto a quello di coloro più timidi che tendono a farli in parti più nascoste. Una vera e propria psicologia del tatuaggio che non fa che confermare che la ragione principale è il senso di appartenenza non solo con un gruppo ma anche con noi stessi, infatti “La miglior cosa al mondo è sapere come appartenere a se stessi.” (Michel de Montaigne)
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