Recentemente è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti, che venivano aiutati economicamente dai cittadini donatori. Ma non è l’unico aiuto presente, infatti è ancora valido il “2×1000”: si tratta di uno strumento che permette di misurare il consenso della popolazione che paga le tasse alla politica. Sostanzialmente è una quota del reddito dichiarato dai cittadini allo Stato, che serve per finanziare beni pubblici e attività culturali. Dai recenti grafici pubblicati dal Sole 24 Ore, si vede bene come il PD abbia ricevuto la maggior quantità dei soldi (circa 7 milioni) pur avendo perso alle ultime elezioni, segue poi la Lega di Salvini (circa 3 milioni) e così via gli altri, escludendo il Movimento 5 Stelle, che ha rinunciato al 2×1000.

Questo quadro generale va però analizzato con i diversi mezzi usai dai cittadini per esprimere il proprio consenso: il primo è il voto nella cabina elettorale, il secondo è la dichiarazione dei redditi. Infatti confrontando i dati precedenti e quelli del 1993, si nota come ci sia una differenza del 97% di soldi spesi per i partiti (nel 1993 ben 500 milioni, oggi circa 14 milioni).

Ma come mai è cambiato radicalmente questo fattore? Esistono altri indicatori che possono descrivere la situazione attuale? Forse l’impressione che i partiti siano tutti molto simili tra di loro all’interno di una società alquanto corrotta e il rapporto sempre meno stretto tra elettori e politici hanno incrementato la crisi dei partiti.

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