Nel 2017 ben 15 milioni di euro sono andati nelle casse dei partiti politici come contributo volontario da parte degli elettori.

Dal 2014 infatti si può destinare il 2×1000 del proprio IRPEF, la tassa sul reddito, al partito elettorale di fiducia, che ognuno con un proprio originale slogan prova ad invogliare a contribuire, come  finanziamento pubblico.

Il partito che ha ottenuto più fondi è stato il PD, che da solo ha ricevuto quasi più contributi di tutti gli altri partiti messi insieme, con 7 milioni di euro.

Nel 1994, dopo il referendum sul finanziamento pubblico ai partiti, i soldi pubblici che andavano direttamente ai partiti erano circa 70 milioni. Il dato è salito vertiginosamente, fino al 2008, arrivando addirittura alla somma di 500 milioni di euro.

Con un rapido calcolo si arrivano a contare 2,3 miliardi ricavati da finanziamenti pubblici. Il problema è che le spese documentate e certificate sono di “appena” 580 milioni, facendo sparire nel nulla più 1,7 miliardi.

Negli ultimi anni, anche grazie alla più semplice accessibilità a questi dati, vediamo che dal 2008 ad oggi i finanziamenti pubblici sono scesi del 97%, un numero impressionante, che di sicuro deve ringraziare anche la grande crisi che tutt’ora l’Italia sta vivendo.

Dal 2014 si voleva cercare di abolire i finanziamenti pubblici: da quel momento, cambiando nome in 2×1000, i soldi guadagnati sono gradualmente scesi, per cercare di arrivare alla totale abolizione dei rimborsi da soldi pubblici.

Di Maio cerca adesso “una terza via tra finanziamento pubblico e strapotere delle lobby: una politica senza soldi”, che come idea ultimamente sembra andare tanto di moda.

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