Ogni persona ha il diritto all’educazione. Lo dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Nel nostro Paese, così come in tutti gli altri, ad ogni cittadino dovrebbero essere concesse le stesse opportunità, senza distinzioni di alcun tipo, specialmente distinzioni di ceto sociale. Chi è povero, ma ha buoni risultati, deve poter studiare esattamente come chi è ricco o di medie condizioni economiche. Ciò significa che gli studenti meno benestanti devono essere messi nelle condizioni, da parte del sistema educativo, di poter studiare, contribuendo in misura proporzionata alle possibilità economiche. Perché è passata l’epoca in cui solo i nobili potevano permettersi un precettore per i figli; non sono più i tempi in cui chi voleva studiare ma non aveva denaro, si buttava nella carriera ecclesiastica, senza la vera volontà di servire la Chiesa, ma solo per ottenere una buona educazione. Oggi gli studenti sono tutti uguali (almeno dovrebbero esserlo): le eccellenze, ancorché povere, superano gli esami a pieni voti; e chi è meno bravo, sia pur ricco o altro, viene valutato per ciò che fa. Eppure se sulla carta, ognuno ha la possibilità di accedere agli studi, e parliamo di quelli universitari, le statistiche mostrano come la percentuale di studenti di famiglia benestante sia nettamente superiore a quella di coloro di più modeste condizioni; e questo soprattutto nei sistemi educativi eccellenti, tra i migliori al mondo, come quello inglese. L’altro dato da considerare è invece il tempo necessario per ripagare, lavorando, gli studi affrontati. Spesso si parla, nel nostro Paese, di molti anni, fatta eccezione per la capitale e per le grandi città del centro-nord; arriviamo persino fino ai trent’anni, in alcune province. Quindi è semplice comprendere perché un diciannovenne che non vive in agiate condizioni economiche, dovendo scegliere se iniziare a lavorare non appena terminati gli studi superiori, oppure iniziare un lungo e costoso percorso universitario, che ripagherà forse quando compirà cinquant’anni, scelga spesso la prima alternativa.

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