Vancouver, sabato 1 dicembre 2018- Su ordine delle autorità statiunitensi è arrivato per Meng Wanzhou, vicepresidente e capo del colosso tecnologico cinese Huawei, un mandato d’ arresto per una presunta violazione alle sanzioni contro l’ Iran. Non si tratta di un primo evento: già nel 2012 il Dipartimento del Commercio Usa aveva incolpato le aziende cinesi di spionaggio e nel maggio scorso il gigante delle telecomunicazioni cinese ZTE era stato accusato di aver venduto tecnologia Usa all’ Iran con un conseguente boicottaggio dei prodotti. Con l’ arresto della direttrice cinese avvenuto poche settimane fa gli Stati Uniti hanno fatto nuovamente leva sulla questione spionaggio e il senatore repubblicano Ben Sasse ha denunciato il mercato tecnologico cinese «per minare gli interessi della sicurezza nazionale degli Stati Uniti». Nel frattempo attraverso il “Wall Street journal” il governo americano ha lanciato un allarme rivolto ai paesi alleati invitando i fornitori di servizi wireless e internet a rompere ogni rapporto con l’ azienda evitando l’ acquisto di nuovi prodotti. Il problema sicurezza-internazionale su cui Trump fa leva è senza dubbio plausibile tuttavia, appare nel contempo evidente la presenza d’un secondo interesse nell’ azione americana. La società internazionale Huawei possiede infatti il controllo del 25% del mercato tecnologico 5G e, con un totale di 180 000 dipendenti, i suoi prodotti sono esportati in oltre 170 Paesi, generando una forte concorrenza nei confronti della potenza tecnologica americana Apple. Se da una parte allora le accuse di spionaggio rivolte al colosso potrebbero essere veritiere non bisogna mai sottovalutare, così come si riscontra con altre aziende competitrici, il fattore di rivalità economica; al contrario, prima di accondiscendere alle prepotenze Usa, i paesi alleati dovrebbero riflettere prima di passare al boicottaggio, un’azione che potrebbe precludere a sua volta l’esportazione di propri prodotti nel paese isolato.

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