Vittorie, medaglie, nuovi record: ormai non sono più queste le parole ricorrenti nelle cronache sportive, sostituite piuttosto da resoconti di squalifiche o di inchieste per doping, risultato dei prevalenti interessi economici per società, sponsor, dirigenti, atleti stessi alla spasmodica ricerca del primato a qualunque costo. L’attività sportiva, che dovrebbe dimostrare la personale capacità di resistenza e competizione, promuovere la salute individuale e collettiva, permettere il confronto leale fra cultori della stessa disciplina negli ultimi anni, specialmente fra i giovani, viene avvelenata dall’uso di sostanze dopanti, che ha coinvolto tanti campioni in vari tipi di sport. Spesso si tratta di giovanissimi che, nelle fasi in cui i risultati contano molto specialmente per i passaggi di categoria da dilettanti al professionismo, anche contro i propri principi, obbligati da allenatori o dalla società, sono introdotti all’uso di sostanze anabolizzanti, senza rendersi veramente conto del rischio che corrono, dall’espulsione fino ai rischi a livello fisico e muscolare che possono avere nel tempo anche a fine attività sportiva.
Leggiamo sui giornali lo scandalo degli atleti russi, cosa hanno ottenuto? Con quale pensiero sono saliti sul podio per ritirare le medaglie d’oro? Con che soddisfazione hanno tagliato il traguardo? Il risultato è che tutto quello che hanno raggiunto si sfalda come una bolla di sapone: se la giustizia sportiva arriverà alla fine, non potranno più gareggiare lealmente per dimostrare la propria bravura. E questo non succede solo in Russia, anche in Italia si sono scoperti tanti casi di doping, per cui atleti famosi si sono lasciati prendere dalle vittorie facili con mezzi illegali, senza pensare alle eventuali conseguenze e senza la soddisfazione personale di dimostrare la naturale capacità fisica. I termini della questione sono ben chiari a chi, come chi scrive, ha praticato per nove anni pattinaggio sul ghiaccio, per poi dedicarsi alla ‘bici’, comprendendo bene cosa vogliano dire la fatica sportiva, il tempo e i sacrifici per prepararsi a una gara, per poi magari arrivare ultimo e vedere tutti i sacrifici andare in fumo…. e, ció nonostante, restare fortemente contrari all’uso di sostanze artificiali per raggiungere la vittoria. Chi ama veramente lo sport, non arriva al doping perché amare lo sport significa rispettarlo e osservarne le regole, perché la lealtà nella competizione deve costituire un valore e un modello per tutti gli appassionati, professionisti o dilettanti che siano. I controlli effettuati sugli atleti vanno perció intensificati, perché questa piaga che sta rovinando il mondo dello sport deve essere del tutto eliminata.

0
0 Commenti

Lascia un commento

CONTATTACI

Hai una domanda? inviaci una e-mail e ti risponderemo al più presto.

Il Quotidiano in Classe è un'idea di Osservatorio Permanente Giovani-Editori © 2012-2021 osservatorionline.it

Effettua il login

o    

Hai dimenticato i tuoi dati?

Crea Account