Di gare sportive ci narra Omero nell’Iliade, ben prima che venissero istituite le Olimpiadi. Esse avevano un valore religioso oltre che atletico ed erano molto sentite e partecipate. I vincitori erano idolatrati e gli sconfitti derisi e denigrati. Quindi, vi era una fortissima motivazione alla vittoria e non sorprende che ci fossero scorrettezze di varia natura tra gli atleti. La storia si ripete fino ai nostri giorni, cambiando solo gli espedienti. Infatti, le cronache degli ultimi anni sono costellate di notizie di squalifiche di atleti per l’uso di doping. Cioè, il ricorso a pratiche vietate e pericolose, con lo scopo di aumentare il rendimento fisico e le prestazioni sportive. Si tratta di farmaci o tecniche sempre più sofisticate e difficilmente evidenziabili. Questo significa che anche un controllo rigoroso e capillare non necessariamente riesce a scoprire l’uso di doping. Il problema è ovviamente il meccanismo che sta alla base. Per molti atleti l’importante non è partecipare, ma vincere, perché solo vincendo si ha denaro e gloria. Poco importa se si froda lo spettatore, se si tradisce lo spirito sportivo, quello che conta è arrivare primi. Le cose si complicano ulteriormente quando non è più il singolo atleta a scegliere il doping, ma l’organizzazione che gli sta alle spalle. Emblematico e deprimente il caso recente della sospensione dell’intera Federazione russa di atletica perché accusata di aver dopato i propri atleti. Cioè, si è scoperto che gli atleti russi sono stati costretti, indotti o assecondati nell’utilizzo del doping. Cosa può fare l’atleta russo che vuole gareggiare onestamente? Cosa possono fare gli atleti onesti che si confrontano, perdendo, con quelli dopati? Finché non ci saranno pene severe per tutti I responsabili e sanzioni in denaro, pari a quanto guadagnato fraudolentemente, non credo che potremo liberarci dal doping.

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