Persino nella mente degli sportivi più onesti, talvolta, le parole di de Cubertin sembrano confuse, invertite: l’ importante è vincere, dare il massimo per ottenere il massimo, ricorrendo pure a delle scorciatoie poco oneste.
Recentemente l’IAAF (International Association of Athletics Federations) ha escluso la Russia dalla partecipazione alle Olimpiadi, che si terranno il 2016 negli Stati Uniti, poichè ha rilevato negli atleti russi la presenza di una sostanza alquanto anomala. I controlli anti-doping continueranno fino a Marzo dell’anno nuovo, diventando di gran lunga più rigidi.
Ogni qual volta si parla di doping, si pensa immediatamente ad un qualche genere di droga o stupefacente e in effetti il pensiero comune non ha tutti i torti: questa sostanza, perennemente utilizzata in campo sportivo, amplifica al massimo le prestazioni corporee, ma pregiudica la moralità e l’integrità psichica e fisica del concorrente.
Ma perché si assume il doping, pur sapendo i danni che potrebbe arrecare? Perché farsi del male consapevolmente?
Tutti noi conosciamo i Greci, amanti dell’arte, della filosofia e dell’attività sportiva: gli atleti in Grecia sedevano sulla nuvola delle persone più in vista, si potrebbe dire persino che venissero paragonati a veri e propri eroi e che portassero lustro e prestigio alla loro polis grazie alle vittorie ottenute negli eventi agonistici. E non ottenevano solamente fama e gloria, ma anche denaro, esenzione dal servizio di leva e diritti o privilegi particolari da parte dello stato (o, in questo caso, della città). La vittoria era dunque un obbiettivo che gli antichi greci prendevano molto seriamente, anche se alcuni di loro arrivavano a servirsi di piccoli “trucchetti” per ottenere il primato nelle competizioni.
Esatto, anche i Greci usavano “doparsi”, non alla stessa maniera di oggi, ma ingerendo quelle che secondo loro fossero delle “pozioni miracolose” per vincere e schiacciare la concorrenza. Comunque sia, il principio è sempre lo stesso: preferire ciò che è facile a ciò che è giusto era la scelta degli atleti più stolti e disonesti.
Anche a Roma i gladiatori, prima di scontrarsi, erano soliti bere un miscuglio, precedentemente preparato con il “sangue” dei combattenti che li avevano preceduti e la “sabbia” dell’arena; ciò serviva da rito propiziatorio o assistenza divina: e un momento dopo, una bomba di adrenalina lungo tutto il corpo e il clangore dei gladi risuonava vibrante nell’anfiteatro, senza paura, senza rimorsi, col solo pensiero della vittoria in mente.
Ma il dopaggio è una pratica pericolosissima, infatti può portare alla morte, così com’è accaduto all’atleta Tommy Simpson nel ’67. Sono esistiti persino casi in cui il dopaggio era sollecitato dal pungolo degli stessi allenatori, affinchè la vittoria di determinati atleti desse più prestigio alla nazione di appartenenza: è il caso degli USA e della Russia, che durante la Guerra Fredda, attraverso gli eventi agonistici più importanti, avevano intenzione di mostrare al mondo la paternità della gioventù sportiva più sana e forte possibile. Inoltre, nello stesso periodo, sui giovani atleti sono state sperimentate numerose sostanze molto pericolose da parte di ricercatori privi di ogni scrupolo.
C’era davvero bisogno di cadere così in basso? Vale la pena portarsi una medaglia d’oro al collo, che ha però il valore di un pezzo di plastica? E’ davvero necessario vincere un’Olimpiade sul letto di morte?
Francamente, non ritengo sia necessario dire che sono completamente contraria all’utilizzo del doping nello sport, in più penso che gli esperti del servizio sanitario nazionale dovrebbero intensificare le campagne di sensibilizzazione contro l’assunzione delle sostanze dopanti in campo agonistico e non, a cominciare dalle scuole primarie. Un’altra sanzione da ufficializzare sarebbe quella di imporre dei controlli ferrei sul traffico di stupefacenti, che, a giudicare dalle statistiche, avviene in maniera marcata soprattutto negli Stati Uniti e in Russia.
Non sono un’atleta, né un’allenatrice, nè una studiosa, ma quando sento alla televisione o alla radio di atleti colti nel sacco per aver fatto uso di sostanze stupefacenti, mi chiedo se anche fra cinque, dieci, vent’anni, quando sarò madre, i miei figli saranno costretti a sentire le stesse cose, pensando magari che quel comportamento è giusto, che sia giusto scegliere ciò che è facile e non ciò che è giusto e facendo dei propri successi una dipendenza totale da qualcos’altro come il doping o la droga.

Federica Maria Rotulo

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Commenti
  1. Author
    federotulo 6 anni ago

    Grazie per i commenti, ne far

  2. sarabee 6 anni ago

    Mi piace sempre molto leggere i tuoi articoli ( anche se a volte ti dilunghi davvero troppo) perch

  3. ricanews 6 anni ago

    Ho trovato il tuo articolo molto interessante,con i giusti approfondimenti, scorrevole ed espresso molto bene. Hai giustamente trattato delle varie usanze, anche dell’antichit

  4. wilcadu 6 anni ago

    ciao della redazione di mywriting

    bello l’articolo molto basto e che da nel senso del discorso e giusto dire che nel mondo dello sport sopratutto nell’atletica perche si ha sempre molti dubbi sulla realta del risultato
    sarebbe bello fidarsi sempre dei risultati che da il campo e non rimanere con i dubbi che molte volte rimaniamo.

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