In questi ultimi giorni è esploso il caso della minaccia da parte della federazione internazionale di atletica di escludere tutti gli atleti russi dalle competizioni internazionali, perchè si ha sentore che il laboratorio antidoping russo subisca delle pressioni governative, al fine di mascherare o nascondere il fatto che numerosi atleti russi facciano uso di sostanze dopanti. Al di là di valutazioni politiche che fanno pensare a strane coincidenze temporali sul momento in cui esce fuori questa clamorosa notizia, l’obiettivo che ci poniamo è cercare di commentare il fenomeno doping in sè. Diciamo commentare perchè analizzare un fenomeno del genere è quantomeno difficile. E’ difficile stabilirne le origini, le metodologie usate nel corso del tempo, la sua storia e la sua evoluzione.
Quello che è relativamente facile è commentare la sua negatività. Lo sport dovrebbe simboleggiare socializzazione, confronto, sana competizione al fine sì di avere un vincitore ma a coronamento di una crescita, di una preparazione, di un allenamento e tutto ciò nel rispetto di determinate regole.
Se i nostri genitori ci portano a fare un qualsiasi sport, dal calcio allo sci al nuoto ecc. lo hanno fatto perchè pensano, giustamente, che l’attività sportiva ci faccia bene, sia fisicamente che psicologicamente, ma sopratutto perchè ci insegna ad affrontare sforzi, difficoltà, gioie e delusioni. Lo sport è un maestro di vita perchè ci insegna che la vita non è fatta solo di vittorie, ma anche di sconfitte che possono far male ma ci spingono a fare meglio e le vittorie più belle sono quelle che sono state più difficili da conquistare. Purtroppo molto spesso questo ideale viene tradito e non solo ad alti livelli, ovvero in competizioni internazionali, ma anche tra i cosiddetti dilettanti e addirittura a livello giovanile. La causa di tutto ciò è da attribuire alla distorsione del concetto di competizione. Questo concetto non esiste più. Nel corso degli anni e in particolare negli ultimi decenni è stato sostituito dal concetto che l’unico valore è il successo e cioè vincere. A qualsiasi costo, con qualsiasi mezzo l’importante è vincere. Chi vince diventa famoso, appare sui giornali, in tv, guadagna fior di quattrini. Il miraggio della fama, del denaro fa sì che spesso, ed in numero che invece che calare aumenta, atleti di qualsiasi sport ed a qualsiasi livello facciano uso di sostanze dopanti per migliorare le loro prestazioni, per aumentare la loro forza e non sentire la stanchezza.
Al di là della condanna morale di comportamenti del genere che sanno di truffa, di inganno viene spontaneo pensare anche che al giorno d’oggi con tutte le possibilità di informarsi che ci sono e quindi le conoscenze sulla pericolosità per la salute fisica e psichica di chi assume sostanze dopanti, il doping non dovrebbe esistere più. Un essere umano razionalmente dovrebbe rifiutarsi di doparsi, se non altro per il rispetto che dovrebbe portare allo sport che pratica, agli avversari, ai suoi tifosi o almeno per il rischio altissimo di poter sviluppare prima o poi malattie estremamente gravi o letali. In un passato non troppo lontano si è potuto assistere a fenomeni di atleti di alcune nazioni che hanno dominato in vari sport. Basti pensare agli atleti della Repubblica Democratica Tedesca che facevano man bassa di medaglie. Il numero di abitanti della nazione non poteva configurarla come una grande potenza. Il sospetto che quegli atleti fossero dopati era logico. Un numero così ristretto di praticanti uno sport e così tanti campioni che eccellevano in tante discipline sportive! Era quantomeno strano. Oltretutto le immagini di donne dai lineamenti, dalla muscolatura mascolina facevano pensare automaticamente alla parola doping. Come la DDR anche in altri paesi il doping era probabilmente un doping di stato e quindi su vasta scala. Questo perchè era difficile per un singolo atleta soprattutto in sport dilettantistici avere denaro sufficiente a procurarsi le sostanze dopanti. Ma fino a qualche anno fa il numero, ma sopratutto l’accortezza dei controlli non erano in grado di far emergere tanti casi che potevano si essere sospettati ma non venivano accertati. Nel corso degli anni si è sviluppata la coscienza che il doping andava combattuto in maniera organizzata e non sporadica e questo ha fatto sì che venissero emanate leggi contro il fenomeno doping, realizzati laboratori specializzati, eseguiti controlli molto più accurati e costanti.
Negli ultimi anni grandi e osannati campioni hanno conosciuto l’onta della squalifica per aver tradito quella che è la prima e più importante regola dello sport: il rispetto dell’avversario. L’accuratezza dei controlli ha fatto emergere una triste verità. Il doping è un fenomeno molto più diffuso e complesso da combattere di quanto si pensasse. Ogni giorno vengono elaborate nuove sostanze e nuove procedure di doping. E’ un mercato che vale una montagna di soldi. Non parliamo solo di stelle dello sport che ne hanno fatto uso, ma di tutti quegli “ atleti” spinti da un erroneo concetto di prestazione, di risultati ottenibili con facilità prendendo la strada più breve, la scorciatoia del doping. Non possiamo pensare utopisticamente che si possa tornare ai tempi di De Coubertin con il famoso “L’importante è partecipare “ poiché il motto attuale è invece “ Vincere con qualsiasi mezzo”, ma il messaggio che la società dovrebbe ricominciare a dare è che “Lo sport è vita”. Non è solo con la minaccia di squalifiche o con la paura del carcere che possiamo pensare di debellare il fenomeno doping. Solo educando i giovani al rispetto, all’onestà, al concetto di sacrificio, di meritata conquista e non di facili guadagni, potremmo sperare di vincere questa battaglia.

Alessandro Battellini

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