Il doping, come è ben noto, consiste nell’assunzione di sostanze (generalmente farmaci) che migliorano le prestazioni e i livelli psicofisici di una persona. Esso rappresenta una vera e propria piaga per lo sport, un tasto dolente che ogni tanto , nonostante gli opportuni provvedimenti, riserva brutte sorprese; come non pensare al ciclista americano Lance Armstrong, vincitore di ben sette Tour de France tutti revocati, o all’italiano Alex Schwazer, campione olimpico di marcia squalificato per quattro anni. Secondo uno studio del settimanale inglese Economist i casi conclamati di doping fino al 2012 solamente nelle Olimpiadi estive sono ottantacinque: al primo posto c’è il sollevamento pesi, con 30 casi, poi l’atletica, con 18, e al terzo posto equitazione con 8 casi di cavalli dopati; la Bulgaria ha il primato di 8 casi, poi seguono la Germania, Usa e Ungheria con 5 e infine Grecia e Svezia con 4. Parlando invece di sport in generale, cioè non facendo riferimento a dati olimpici ma a quelli forniti dalle diverse federazioni sportive internazionali, nel 2015 si è constatato che la Russia si trova al primo posto con 30 casi di doping, poi seguono Stati Uniti insieme a Regno Unito con 18, Bulgaria (esclusa dalle prossime Olimpiadi in Brasile) con 12, Repubblica Domenicana con 10, Kenya 8 e Italia 6. Si può quindi affermare che le nazioni forti hanno portato a casa molte medaglie scorrettamente? Forse sì. Gli atleti che si dopano lo fanno principalmente per raggiungere l’obbiettivo, cioè vincere, così da diventare famosi, emergere tra gli altri atleti e diventare uno dei migliori, far parlare di sé, guadagnare di più… ma c’è anche chi prende la sostanza solamente per provare e poi ne diventa dipendente, rendendosi conto che quello è l’unico modo per superare quello sforzo. Una nazione potente ha intenzione a mantenere i suoi primati economici e militari ma anche quelli sportivi, per promuovere l’immagine di uno stato solido e forte. Quindi le associazioni sportive delle singole nazioni potrebbero essere indotte a “chiudere un occhio” nei confronti degli atleti che si dopano per una sorta di “orgoglio nazionale”.

Leonardo Serri

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