La globalizzazione che sta caratterizzando questo periodo storico ha inevitabilmente condizionato i mercati rendendoli, appunto, globali. Anche la Borsa Valori è diventata unica a livello globale. Leader di questo mercato internazionale sono sempre stati gli Stati Uniti d’America anche se, negli ultimi anni, la Cina ha incrementato notevolmente la propria potenza economica arrivando anche a superare gli Stati Uniti. Infatti, come riportano i grafici di Info Data, nel 2017 gli Stati Uniti hanno importato dalla Cina beni per il valore di 505,6 miliardi di dollari e ne hanno esportati per soli 130. Secondo alcuni, questo processo sarebbe stato favorito dalla politica economica del presidente Obama che, con la firma di nuovi trattati per la completa liberalizzazione dei mercati internazionali, avrebbe portato l’industria americana (specialmente quella pesante) al collasso. Tra gli oppositori di questa politica economica attuata dall’ex presidente Obama c’è l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Trump, che vince le elezioni con il motto “America first”, per mantenere le sue promesse elettorali, spesso nazionaliste, pochi giorni fa ha preso la decisione di applicare dei dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio che sta preoccupando non poco i mercati, specie per timore che le tensioni degenerino in una guerra commerciale. Infatti, anche se questa azione politica protezionistica penalizzerebbe prevalentemente la Cina che, come detto prima, esporta moltissimo negli Stati Uniti, anche l’Europa potrebbe riscontrare degli svantaggi considerevoli. Il rischio potenziale è che l’acciaio cinese, fortemente penalizzato e non più diretto negli Stati Uniti, venga dirottato verso l’Europa, mettendo in crisi le nostre industrie metallurgiche e siderurgiche, che si troverebbero a competere con prodotti a più basso costo. Inoltre, Trump ha promesso ritorsioni se le altre nazioni risponderanno con dazi sull’ingresso di prodotti tipici americani: una pericolosa escalation. La misura “trumpiana” tende a colpire prevalentemente la Cina, ma gli effetti, anche indiretti, verranno avvertiti anche in Europa. La vera questione ed il dibattito si potrebbe aprire sui concetti di protezionismo, libero mercato e globalizzazione. Ho cercato di documentarmi per capirne un po’ di più ed ecco le mie valutazioni. Spesso i giornalisti giocano sulla parola ‘libero’, che niente ha a che fare con il mercato, e giocano anche sulla parola ‘protezionismo’, omettendo che in economia non vuol dire chiusura indiscriminata. Si dice che colui che è fautore del libero mercato accetta la ‘sempre buona globalizzazione’, chi invece è per il protezionismo la rifiuta. Tutti i grandi Paesi (Stati Uniti, Inghilterra) hanno utilizzato prima il protezionismo e poi, solo dopo, sono diventati fautori e controllori del libero mercato. In fondo era normale farsi guerre commerciali, perché era (e dovrebbe esserlo ancora) normale che ognuno difendesse, in questo campo, i propri interessi.
Anche la Finlandia durante il Novecento, fino agli anni Ottanta, classificava come ‘pericolose’ le imprese che operavano al suo interno con capitali superiori al 20% e così protezionisti sono stati, a vario livello, Austria e Francia. La Germania mantiene il controllo strategico sulle banche (e quindi sul credito), non disdegnando l’industria dell’auto visto che possiede attraverso i Lander il 20% della Volkswagen. Il Giappone fino agli anni Ottanta del passato secolo, e dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, si è ripresa grazie al controllo del credito, una direzione serrata della sua banca centrale e delle sue aziende interne, diventate poi multinazionali e campioni di export. Tutti i paesi che hanno adottato misure a protezione dei loro mercati interni e promosso le loro aziende hanno avuto successo. Le leggi economiche non sono fisse nel tempo. Il punto è: cosa conviene in un determinato periodo e a determinate condizioni oggettive e quali interessi vogliamo tutelare come Stato?
L’America di Trump ha interesse al protezionismo oggi come lo aveva ieri, anche se per motivi diversi. Nei secoli passati aveva bisogno di sviluppare le proprie capacità industriali che mai si sarebbero evolute se avessero permesso l’ingresso indiscriminato delle merci inglesi, un paese che aveva sviluppato l’industria prima di loro. È assurdo pensare che globalizzazione e libero mercato possano andare sempre bene a tutti nello stesso momento. Oggi l’interesse degli Usa è tutelare le proprie aziende e i propri lavoratori perché nel mondo non ci sono le stesse condizioni di base. Acquistare tutto da tutti significa acquistare anche da paesi che producono a basso costo non perché sono tecnologicamente avanzati ma perché pagano meno salari e non conoscono tutele sociali, questo crea la necessità di bassi salari per la classe lavoratrice, ma anche problemi per le aziende che magari non vorrebbero sfruttare il lavoro né essere costrette a delocalizzare per risparmiare sui costi.
Uno Stato a questo punto deve scegliere tra l’impoverimento delle milioni di persone che dovrebbe invece tutelare oppure fare il suo dovere, cioè limitare la globalizzazione e mettere un po’ di dazi, magari selezionati e non generalizzati.
E tali concetti dovrebbero essere buoni per gli Usa, ma anche per l’Italia. Chi predica solo la bontà del libero mercato dovrebbe documentarsi sulle basi storiche, di economia di base, di conoscenze minime di teoria economica. A volte c’è un sano protezionismo e un controllo della globalizzazione che si dimostra meglio del libero mercato.

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