L’ultima settimana è stata scandita da una guerra a colpi di dazi che ha animato l’economia mondiale in piena epoca della globalizzazione. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, pensa di risolvere la situazione di deficit commerciale che pesa sul paese, creando una situazione più vantaggiosa per il mercato interno degli States, per cui, dopo aver minacciato di imporre tasse su l’import da mezzo mondo, compresi gli stati membri dell’UE, si è concentrato sui prodotti che arrivano negli Stati Uniti dalla Cina. Una decisione quasi ovvia, visto che la Cina è il principale partner commerciale degli Stati Uniti, tuttavia con scambi largamente a favore della Cina. Infatti, secondo i dati del Us Census Bureau, nel 2017 il commercio tra le due potenze muoveva circa 636 miliardi di dollari, dove, a fronte di un export cinese sempre più invadente, gli Stati Uniti esportano verso il paese del Dragone talmente poco da avere un deficit commerciale di 530 miliardi di dollari. Questo rapporto è nel mirino di Trump che vede l’interscambio con la Cina come la principale causa del deficit di bilancio statunitense. I dazi andrebbero a colpire 60 miliardi di export cinese, pari al 10% del totale, soprattutto nei settori dell’abbigliamento e delle calzature, come dell’elettronica di consumo e dell’hi tech; in particolare si intende proteggere i settori avanzati ma la trattativa è ancora in corso e non si sa quali prodotti verranno colpiti nello specifico.
Questa, secondo l’amministrazione di Washington, rappresenta la giusta risposta alle aggressioni economiche messe in atto da Pechino. Gli americani, infatti, accusano i cinesi di pratiche commerciali scorrette come il dumping, cioè l’esportazione a prezzi molto bassi con lo scopo di sovrastare la concorrenza interna, e di continui furti di proprietà intellettuale. Tutta questa forza finanziaria, guadagnata in modo illecito, è stata usata per grossi investimenti della potenza asiatica in settori d’avanguardia statunitensi. Si tratta quindi di un attacco strategico, come in una partita a scacchi, in cui il movimento di un pezzo o il sacrificio di una pedina servono a mettere in scacco il Re, liberando possibilità di movimento per altri pezzi; il sistema cinese dato che coinvolge diversi settori non può essere frutto di singole azioni commerciali, ma deve essere guidato dall’alto, dal governo probabilmente. Non è la prima volta che la Cina è finita sotto la lente di ingrandimento per discussioni economiche con gli americani, ci basti pensare alle quattro indagini parallele sulle pratiche commerciali cinesi dell’agosto del 2017. Il Paese del Sol levante ha a sua volta delle ragioni valide contro i dazi promessi da Trump: per anni gli Stati Uniti sono stati il portabandiera della globalizzazione, del mercato libero ed ora, che non primeggiano più, vorrebbero cambiare le regole e difendere la posizione raggiunta. Oltre ad accusare di protezionismo Washington, la Cina si prepara a una rappresaglia con azioni che potrebbero essere dirette in particolare al settore agricolo statunitense.
In campo puramente finanziario questo dibattito non fa bene a nessuno; infatti, queste offensive e contro offensive portano ad un’incertezza in borsa. Gli investitori spaventati anche dai toni dei giornali che infarciscono gli articoli di termini militari (guerra commerciale, bunker difensivi, aggressioni economiche), non andranno mai a dare fiducia alle aziende in una situazione del genere. Questa situazione danneggia soprattutto i principali interessati; ad esempio, Wall Street è arrivata a perdere fino a tre punti durante quest’ultima settimana. Ormai siamo entrati in un’epoca nella quale l’unico modo di ottenere risultati è la minaccia e le amministrazioni economiche vedono quelli che a noi possono sembrare pericolosi conflitti come un valido strumento di negoziato. Ci basti pensare allo scontro tra Bruxelles e Pechino nel 2014 che si risolse grazie alla minaccia cinese di imporre dazi sull’export europeo del vino. La tecnica funzionò e con l’ammorbidimento delle condizioni di Bruxelles a causa delle minacce cinesi si giunse a un accordo.
Questa guerra di dazi ci ricorda ancora una volta quanto i nostri mercati siano fragili verso attacchi da parte di super potenze economiche che solo per far quadrare il bilancio sono pronte a muovere o ad interrompere flussi di miliardi di dollari a volte solo come minaccia. E le pedine che cadono in questi scontri tra titani? Resta da chiedersi questo, se valga la pena di curare l’economia dal basso, considerando le aziende e i dipendenti di queste o se il fine ultimo di far restare competitivo un paese rispetto e a dispetto di altri sia prevalente anche a costo di scatenare conflitti reali e non solo metaforici.

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