Oggi, i dazi voluti dal presidente Donald Trump entrano in vigore, mettendo gli USA in un rapporto conflittuale con tutto il resto del mondo. In un contesto di globalizzazione come quello attuale, in cui il commercio è libero, la scelta degli Stati Uniti sembra azzardata e provocatoria. Che cosa ha spinto, quindi, Donald Trump ad approvarla?
Ufficialmente, Trump ha giustificato la sua decisione rifacendosi alla sezione 2.3.2 del Trade Expansion Act del 1962, una legge sul commercio, che prevede l’uso di politiche protezionistiche per motivi di sicurezza nazionale.
I dazi (del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio) sono stati applicati contro tutto il mondo. Come risposta, undici paesi del Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Chile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam) hanno firmato il “CpTpp”, un accordo commerciale di libero scambio, e l’opinione pubblica mondiale si è schierata contro Trump, chiedendo l’abrogazione dei provvedimenti. In effetti, se i dazi persistessero, creerebbero solo danni. Questi ultimi, infatti, andrebbero a colpire l’economia globale, con un impatto maggiore o minore a seconda della nazione considerata. Ad esempio, il settore automobilistico tedesco ne risentirebbe tantissimo, giacché detiene il 12.2 % di quota di mercato USA ed esporta verso gli Stati Uniti ben 28.4 miliardi di euro annui. Valore che, dal 2008 ad oggi, è aumentato di ben 10 miliardi di dollari.
Inoltre, secondo Chad Bown del PIIE (Peterson Institute for International Economics), la persistenza dei dazi causerebbe una perdita di 14,2 miliardi di dollari per gli USA stessi, di 3,2 miliardi per il Canada, di 2,6 miliardi per l’Europa e di “soltanto” 689 milioni per la Cina. Dei numeri da capogiro che potrebbero, a loro volta, indurre i paesi coinvolti ad una “escalation” di provvedimenti anti-USA. L’Unione Europea è stata una delle prime a muoversi in questo ambito, stilando una lista di prodotti “Made in USA” da colpire, per un danno totale di 6,4 miliardi di euro. Se “l’escalation” dovesse manifestarsi, la nota agenzia Bloomberg Economics calcola che globalmente, entro il 2020, l’intero commercio mondiale subirebbe un calo di 420 miliardi di dollari.
Uno scenario veramente “nero” e che significherebbe un’involuzione dell’idea di Mercato Globale, ma che non è detto che accada. È notizia degli ultimi giorni, infatti, che gli USA abbiano esentato dai loro provvedimenti stati chiave, come Canada e Messico e che abbiano “messo in attesa” l’Unione Europa. Per ora, quindi, l’UE può tirare un sospiro di sollievo e aprire le trattative diplomatiche sebbene, in questo contesto, si troverà in una posizione di grande svantaggio rispetto agli USA, che potranno imporre qualsiasi condizione. Quali condizioni? Ipoteticamente, gli Stati Uniti potrebbero pretendere l’apertura delle barriere europee ai prodotti agricoli made in USA, una diminuzione dei dazi doganali europei (al momento fissi al 10%) e un ridimensionamento dell’economia tedesca ed italiana, responsabili (in parte) dell’enorme deficit commerciale statunitense (800 miliardi di dollari) che Trump deve affrontare prima della scadenza del suo “mid-term”, in autunno.
C’è, quindi, un motivo politico-propagandistico alla base dell’imposizione dei dazi. Attraverso questi ultimi, Trump punta a danneggiare le economie “in surplus commerciale” (quelle economie che esportano grandi quantità di beni verso gli USA, ma non ne importano altrettante) e a garantirsi consenso. La domanda ora è: come gestirà la Cina? La Cina è in surplus commerciale di 375 miliardi di dollari. Per danneggiarla, Trump ha introdotto dazi specifici per 60 miliardi di dollari specificando che è la risposta alla ripetuta rapina di proprietà intellettuali statunitensi da parte dei cinesi. Come reagirà Pechino? Non c’è ancora nulla di ufficiale, ma il rappresentante cinese alla WTO Zhang Xiangchen ha dichiarato la sua profonda disapprovazione, sottolineando che la Cina è alla ricerca di contromisure. Sicuramente una risposta negativa potrebbe determinare la chiusura del mercato cinese (uno dei principali partner USA), la distruzione di relazioni di interscambio e l’aumento di prezzo nel settore high tech (considerando che, nel 2017, gli USA hanno importato 70 miliardi di dollari in cellulari e componentistica elettronica).
Nell’insieme, tutte le potenze coinvolte possono potenzialmente deteriorarsi a vicenda ed instaurare una vera e propria guerra commerciale. L’unica organizzazione internazionale che, nel caso, potrebbe impedire tale scenario è la WTO (World Trade Organization). Perciò, come andrà a finire? Si saprà nei prossimi giorni.

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